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Pistoia

il processo 

Morì in caserma, ora l’amico è accusato di omicidio colposo

Pietro Barghigiani
Morì in caserma, ora l’amico è accusato di omicidio colposo

L’ex caporale maggiore pistoiese e altri due non avrebbero soccorso il giovane per nascondere una notte di alcol e droga. La vittima poteva essere salvata

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Pietro Barghigiani

pisa. Nel processo per accertare eventuali responsabilità nella morte di un parà dentro la caserma Gamerra, ieri mattina è arrivato un piccolo colpo di scena: è cambiato il capo di imputazione per uno dei tre imputati.

Il giudice Eugenia Mirani, accogliendo la richiesta del pm Sisto Restuccia, ha contestato l’omicidio colposo a Fabio Tirrito, 37 anni, di Casalguidi (Serravalle Pistoiese), all’epoca dei fatti caporal maggiore dei parà. Per gli altri due imputati, Alessio Fracassi, 28 anni, di Rosignano Marittimo e Augusto Simeoni, 32 anni, di Roma, resta l’accusa originaria di omissione di soccorso. L’udienza è stata rinviata a fine aprile per consentire alla difesa di Tirrito di scegliere il rito con cui proseguire il processo tra abbreviato o ordinario. I tre erano a giudizio con l’abbreviato per la morte il 10 novembre 2010 di Tiziano Celoni, 27 anni, residente a Gallese (Viterbo). Il giovane su trovato senza vita in una branda della caserma Gamerra. Per l’accusa fu abbandonato dopo una notte di eccessi tra alcol e droga. E a passare le ultime ore con lui fu Tirrito che al rientro chiese aiuto a Fracassi e Simeoni per portare Celoni dall’auto alla camerata.

Ieri sono stati sentiti i consulenti delle parti. La professoressa Elisabetta Bertol per la difesa, avvocati Francesca Baregi e Gabriella Cirillo (Tirrito) e Isabella Martini (sia Fracassi che Simeoni); Pier Luigi Farina medico legale e la tossicologa forense, professoressa Annunziata Lopez per le parti civili (avvocati Muriel Petrucci e Max Giordano Marescalchi); i professor Luigi Papi medico legale e Mario Giusiani tossicologo forense per la Procura.

Secondo la consulenza della professoressa Elisabetta Bertol sarebbe stata la droga (eroina) la causa del decesso e non l’abbandono per ore sulla branda da parte dei tre commilitoni. Una tesi confutata dai consulenti di accusa e, soprattutto parte civile. «Se Celoni fosse stato soccorso subito non sarebbe morto» è il senso delle risposte.

Tirrito da ieri è imputato per omicidio colposo e non più per omissione di soccorso per aver violato l’articolo che impone «al più anziano, nel caso vi sia un militare in stato di grave alterazione fisica o psichica, di adoperarsi in modo idoneo, guidando i meno anziani, per prevenire o contenere il danno e richiedere l’immediato intervento sanitario militare o civile».

Celoni era in abiti civili quando venne soccorso alle 13,25. Era un venerdì di novembre del 2017. Quello che era successo nelle ore precedenti venne poi svelato dall’autopsia e dall’esame tossicologico. Il 27enne aveva assunto alcol ed eroina in quantità sufficienti per perdere conoscenza. Grave, ma non disperato. Un soccorso immediato, è la tesi di Procura e parti civili, gli avrebbe salvato la vita. Ma l’allarme avrebbe significato rivelare gli eccessi della notte prima del decesso. Il possibile movente del silenzio di chi sapeva e ha taciuto. Secondo la rappresentazione della Procura Tirrito avrebbe chiesto aiuto ai due commilitoni per portare Celoni nella camerata alle 7,33 del mattino. I tre lo lasciano alle 8 sulla branda e se vanno. Solo alle 13, 25 viene dato l’allarme al 118, ormai inutilmente. —

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