Ristoranti, scatta la cassa integrazione
Checco Bugiani (“Locanda del capitano del popolo”): «Siamo stanchi e arrabbiati di fronte all’ennesima mazzata»
PISTOIA
«Da oggi (ieri per chi legge, nda) sono costretto a mettere in cassa integrazione otto dipendenti su quindici. Gli altri restano, ma soltanto a chiamata. Questa cosa mi fa male, i lavoratori sono come fratelli per me. Siamo stanchi, arrabbiati, di fronte all’ennesima mazzata. Incentivano lo smart working e intanto le attività chiudono, una serranda giù dietro l’altra. Vedrete quando Pistoia sarà una città spettrale. Quando tutto sarà chiuso e non ci sarà un posto neppure per prendere un bicchiere d’acqua. Sarà il risultato di questo ulteriore, seppur parziale, lockdown. Che ci metterà a terra».
Non usa mezzi termini Checco Bugiani, titolare della “Locanda del capitano del popolo”, per descrivere la situazione del suo locale e di quelli dei suoi colleghi ristoratori e titolari di bar e pasticcerie nel centro storico di Pistoia, alla luce della seconda ondata di Covid-19 e, soprattutto, dell’ultimo Dpcm. Alcuni operatori parteciperanno domani alla manifestazione di Firenze.
«Quel che è certo – prosegue il ristoratore Bugiani – è che noi abbiamo messo in campo tutte le misure richieste: cartelli, distanziamento tra tavoli, gel disinfettante e sanificazione. Siamo in regola su tutto, ma le persone hanno paura e non vengono. Siamo stati descritti come la causa del contagio. Ma il problema sono gli assembramenti fuori, sui mezzi pubblici. Intanto saremo aperti tutti i giorni a pranzo, ma così è impossibile lavorare».
«Per quel che ci riguarda, siamo al 50% del lavoro: in sostanza riusciamo a mala pena ad andare in pari – sottolinea, amareggiato, Diego Ferrario, titolare del wine bar “Covo Bukowski” di via dei Fabbri – Queste sono disposizioni pensate per le grandi città dove quasi tutti i locali svolgono un servizio per l’intera giornata. Ma realtà come le nostre, che lavorano solo con aperitivi, cena e dopo cena, come faranno ad andare avanti? Anche con i dipendenti non so come fare. Siamo stati i primi a chiudere, gli ultimi a riaprire e ora, di nuovo, ci danneggiano. E con noi danneggiano tutta la filiera dei fornitori della ristorazione. Purtroppo, la sensazione è che se fossimo un’altra categoria, ci sarebbero già le barricate in piazza per difenderci».
«La situazione è drammatica – aggiunge Daniele Andreotti, co-titolare del ristorante pizzeria “Voronoi” di piazzetta dell’Ortaggio e del “Michi” wine bar di piazza del Duomo – Le regole cambiano in continuazione e le persone hanno sempre più paura di muoversi. Già nell’ultimo periodo i clienti sono calati drasticamente: saremo aperti a pranzo, tutti i giorni. A cena, poi, saremo operativi con il take away. Abbiamo sempre cercato di fare il meglio, rispettando tutte le regole che ci hanno imposto, ma se le persone non vengono è davvero dura. C’è un clima di paura, sfiducia. Anche a pranzo non faremo gli stessi coperti di sempre».
«Serve un sostegno reale alla categoria – conclude Francesco Becagli, co-titolare della “Degna Tana” in piazza della Sala e della “Fortezza 54” in piazza della Resistenza – Perché se ci impongono chiusure, devono anche metterci nelle condizioni di sopravvivere. Si parla dei ristoranti come di luoghi dove scoppiano continui focolai, ma non mi sembra aver mai sentito notizie del genere. Per noi l’alternativa è tornare all’asporto e alle consegne a domicilio. Ma come faremo con i nostri dipendenti? Abbiamo bisogno di aiuti dal Governo, non solo promesse». –
Valentina Vettori
Martina Trivigno
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