Il Tirreno

Pistoia

i tesori della montagna 

Da roccaforte contesa dagli eserciti a piccolo borgo con solo 7 abitanti

PAOLO GESTRI
Da roccaforte contesa dagli eserciti a piccolo borgo con solo 7 abitanti

Sambuca pistoiese e i suoi mille anni di storia, un paese che torna a popolarsi soltanto in estate

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SAMBUCA PISTOIESE

Sambuca Pistoiese, 736 metri sull’Appennino, ha migliaia di anime, cinquanta o centomila, impossibile un censimento, ma soltanto sette abitanti. Che paradossalmente sono tanti. Le anime stanno tutte insieme nel camposanto in alto, qualcuna da mille anni, da oltre due secoli prima che l’innamorato Cino, poeta amico di Dante, venisse su quel “sacro monte” a compiangere Selvaggia, la sua donna angelo. “Io fui ‘n su l’alto e ‘n sul beato monte” è una delle poesie più belle dello Stil Nuovo.

Dal canto loro, gli abitanti vivi e vegeti sono comunque tanti, perché qualche anno fa, morto l’ultimo residente, Sergio Cioni, il borgo era rimasto assolutamente disabitato, senza neppure la messa del 25 luglio, per San Jacopo, suo santo patrono. Quei “magnifici sette”, 4 maschi e 3 femmine, sono un po’ la rinascita. Tra le donne è compresa una suora che, poco sotto al borgo, vive nel santuario di Santa Maria del giglio, dove si venera una Madonna che, nel 1722, ridonò la vista ad una giovane cieca. Con capofila il signor Silvano, che spiega il paese e apre la chiesa, edificio di qualche pregio settecentesco.

Ragione di così tante anime è la sua splendida storia. Perché Sambuca, roccaforte di confine sulla Via Francesca, tra Bologna e Pistoia, è stata per secoli punto di appoggio dei pellegrini, degli eserciti e dei mercanti tra l’Italia del nord e quella del centro, terra contesa dai vescovi delle due città, con un poderoso castello dei Vergiolesi, la storica famiglia della bella angelicata. Era un borgo con gente di rango, una chiesa settecentesca, belle case e giardini, ed un castello che, pure distrutto, guarda ancora il paese da due elegantissime bifore.

Il primo documento che ne certifica l’esistenza è del 1086 (Sigfrido figlio di Agiki dona al vescovo di Pistoia, Pietro, terre, corte, castello, e torre) ma Sambuca aveva già cento anni. Nell’albo d’oro della sua storia troviamo le bolle dei papi Urbano II, Pasquale II e Innocenzo II, e, importantissimi, gli Statuti del 1291, testimonianza di un’esemplare organizzazione civile.

Troviamo anche che per impossessarsi del castello, nei primi decenni del Trecento, si dannò l’anima l’impietoso Castruccio Castracani, e che per averne il possesso si combatterono ferocemente i Visconti di Milano e il Comune di Firenze, e che pure la Chiesa ne tentò la conquista con truppe al seguito del cardinale Antonio Barberini, nel 1643.

Nonostante tutto, alla fine del Settecento, Sambuca raggiunse ben 1.500 abitanti, successivamente chiamati a raccolta da una campana del 1816, firmata Sante Gualandi, lo stesso fornitore della torre di Pisa. Solo per dire che i sambucani sceglievano il meglio anche per sentire i rintocchi della messa e del vespro.

Ma i secondi anni Cinquanta del Novecento sono stati un disastro. Inevitabile. Tutta colpa del miracolo economico. Il benessere come profitto è precipitato a valle e Sambuca ha chiuso bottega. Via la scuola, l’ufficio postale, il “sale e tabacchi”, il forno e le rivendite dei generi alimentari; via la festa del Corpus Domini e nessuna processione per Sant’Antonio; via anche il municipio, trasferito più in basso, a Taviano.

I benvenuti sei – oltre la suora – di età varia, suddivisi in cinque nuclei familiari, sono ben visti dal Comune, pur costretto a sobbarcarsi i servizi, compresa la neve da spalare in inverno.

Sperando sempre che su quei monti l’estate duri di più, perché nella bella stagione qualcuno dei non residenti riapre la porta di casa: pistoiesi, fiorentini e pratesi in cerca di quiete e dell’anima dei padri tra le centomila. Le vacanze a Sambuca fanno rima con il silenzio e il verde assoluti, l’aria purissima, le passeggiate e gli incontri con la storia sulle vecchie mulattiere. Magari in cerca di funghi, more, lamponi e mirtilli. O per trovare la musa ispiratrice sull’esempio di Renato Fucini. Lontano dal mondo crudele. —



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