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I corrieri visti non più come servi ma come servitori della società
Non so se, vinta questa guerra, avremo imparato qualcosa di positivo ma si percepisce il bisogno di riscoprire valori sociali e coesione
la lettera
GABRIELE CARRADORI*
Una settimana di lavoro tra pacchi pacchettini e buste.
Questa è la vita del corriere, una categoria lavorativa come altre in questo difficile momento storico, chiamata a dare il proprio contributo contro questo Invisibile Nemico Comune. Non è mai stato semplice, parlo dai miei quattordici anni di esperienza, soddisfare i "desideri" della gente, oggetti che misurano la loro necessità in base al bisogno di chi li ha ordinati, oggetti che, al di là delle considerazioni, racchiudono la storia e la personalità di chi li ordina. Come scrittore è costantemente un viaggio interessante negli animi e nella mente di migliaia di persone, per certi versi un’esperienza psico antropologica diretta, poiché se è vero che siamo quel che mangiamo, ugualmente siamo anche ciò che desideriamo e compriamo con quei soldi frutto del tempo che sottraiamo a noi stessi, credito che spendiamo per soddisfare le nostre necessità, siano queste una bic in cima ad un monte o chincaglierie da indossare per accompagnare il proprio padre al pronto soccorso. Una categoria, quella di cui faccio parte, spesso bistrattata dal destinatario finale in cui a volte, in tanti anni, ho percepito un sentimento di compassione per esser visti non come servitori, ma servi da figli degli anni del boom economico che ci insegnavano non l'importanza di svolgere bene un lavoro e con questo essere utili ad una società condivisa, ma a trovare un lavoro dove si guadagnasse bene e si faticasse il meno possibile. La boriosa frenesia, la smania di potere da ostentare al proprio Prossimo, l'egoismo dato dalla sicurezza economica, vanno di pari passo all'incapacità di ascoltare e di parlare, forse perché chi ha già tutto non ha più niente da chiedere e ciò che si vuole è solo un capriccio. Ma qualcosa sta cambiando, forse anche da prima del 9 marzo, forse per la crisi socio economica che da anni ci stava provando, già si iniziava a percepire un bisogno di riscoperta di valori sociali, di coesione tra i vari soggetti che compongono una comunità, una sorta di nuovo umanesimo. Non so se vinta questa guerra impareremo qualcosa di positivo che permanga nel programma sapiens, posso dirvi solo ciò che non siamo e ciò che non vogliamo. So che questa clausura sta generando una mole di necessità e desideri da esaudire impressionante, rimarcando l'importanza che oggi come non mai assume la distribuzione porta a porta di quello di cui ciascuno sente la necessità portandoci a sostenere fatiche importati, ma quando inizi a vedere da parte di molti la riconoscenza e a sentirti considerato non più un servo, ma un servitore, beh vuol dire che di tanta fatica inizia a essere riconosciuta l'importanza in una nuova società condivisa e che anche la nostra categoria sta dando il suo contributo per sconfiggere questo Invisibile Nemico Comune. Continuate a sognare e a sperare e restate a casa, per quello di cui avete bisogno veniamo noi! —
*Corriere e scrittore
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