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Cocaina alla Gamerra dopo la scoperta del cadavere del parà
pisa. Capire se il parà era in servizio o in permesso. E ancora. Anche fosse stato libero da obblighi in caserma come è stato possibile che dalle 8 del mattino alle 13,30 circa nessuno lo abbia cercato né sia entrato nella camerata dove il 27enne Tiziano Celoni era in stato di incoscienza?
Sono i quesiti che i legali della parte civile (avvocati Muriel Petrucci e Max Giordano Marescalchi) porranno all’attenzione del giudice Eugenia Mirani il 20 febbraio prossimo. Nell’ambito del processo per omissione di soccorso con l’aggravante della morte (anticipato ieri sulle pagine del Tirreno) in cui sono imputati tre commilitoni del militare della provincia di Viterbo deceduto alla caserma Gamerra il 10 novembre 2017: Fabio Tirrito, 36 anni, di Serravalle Pistoiese; Alessio Fracassi, 27 anni, di Rosignano Marittimo; Augusto Simeoni, 31 anni, di Roma.
Se Tiziano Celoni fosse stato in servizio non si spiegherebbe perché i suoi superiori gerarchici non si siano attivati per cercarlo. Hanno cercato, invece, e trovato, cocaina nella disponibilità di uno degli imputati, i carabinieri che svolsero un sopralluogo in caserma. Fino all’alba Celoni era stato in compagnia di Tirrito. Alcol e cocaina in quantità sufficienti per perdere conoscenza avevano minato il fisico del parà laziale.
Sono le 7,30. Tirrito entra in caserma e chiede a Fracassi e Simeoni di dargli una mano per portare nella camerata il militare che non sta in piedi. I due prendono di peso il 27enne viterbese e lo trascinano fino al letto della camerata. Nessuno assiste alla scena. Sono circa le 8. Celoni è ancora vivo. I tre lo lasciano sulla branda e se vanno. Da quel momento inizia un buco di oltre cinque ore in cui nella camerata non entra nessuno. Sono le 13,30 circa quando Fracassi rientra nello stanzone e trova il commilitone in condizioni critiche. Chiama il 118. Inutilmente. —
P.B.
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