Il Tirreno

Pistoia

malasanità 

Uccisa dall’embolia non diagnosticata maxi-risarcimento dell’Asl alla famiglia

Massimo Donati

Per la morte di Cristiana Capecchi, impiegata di 28 anni, l’azienda sanitaria ha accettato di pagare quasi un milione di euro

2 MINUTI DI LETTURA





PISTOIA. Denaro che non attenuerà il dolore. E neppure il rimpianto. Per quella diagnosi sbagliata e per quella terapia non prescritta che avrebbe potuto salvare la vita a Cristiana Capecchi, la giovane morta nella serata del 24 febbraio scorso, stroncata dalla crisi respiratoria che l’aveva colpita dopo che, nell’arco dei dieci giorni precedenti, era stata per tre volte visitata al pronto soccorso di Pistoia e, nelle ultime due occasioni, rimandata a casa con una diagnosi di pleuropolmonite.

Fatto sta che per quella embolia polmonare non diagnosticata, nonostante l’inchiesta giudiziaria ancora in corso (4 i medici indagati), l’Asl Toscana centro ha deciso di risarcire la famiglia, alla quale, nei giorni scorsi ha liquidato la somma di 965.000 euro. Un’ammissione di responsabilità civile da parte dell’azienda sanitaria arrivata al termine di una complicata trattativa portata avanti dai legali della famiglia, gli avvocati Pamela Bonaiuti e Sara Mazzoncini, del foro di Prato. Che, alla luce del maxirisarcimento, non procederanno più a questo punto alla costituzione di parte civile nell’eventuale processo penale per omicidio colposo.

Anche se proprio su loro iniziativa, il 27 febbraio prossimo, davanti al gip del tribunale si svolgerà l’udienza fissata in seguito al deposito di una parziale opposizione all’archiviazione che il pm titolare dell’inchiesta ha presentato per tre dei quattro medici sotto accusa: in particolare le due avvocate ritengono evidente la responsabilità di Edoardo Quartarolo, il medico che, nonostante il peggioramento dei sintomi e la febbre, aveva deciso di non ricoverare la 28enne impiegata pistoiese neppure in occasione del suo ultimo accesso al pronto soccorso.

Oltre, naturalmente, alla responsabilità del medico per il quale anche il pm Giuseppe Grieco ha deciso di portare avanti le indagini (probabile, a breve, la richiesta di rinvio a giudizio): secondo la procura, la morte di Cristiana sarebbe diretta conseguenza dell’errata diagnosi da parte del radiologo Gian Piero Giannetti, che, il 14 febbraio, in occasione del terzo accesso al San Jacopo, su richiesta della collega di turno al pronto soccorso, aveva eseguito un’angiotac con mezzo di contrasto, per poi escludere erroneamente la presenza di segni di embolia polmonare (risultati poi visibili in sede di perizia, durante l’esame delle immagini computerizzate).

Insomma, secondo la procura fu in seguito alla sua diagnosi errata che sia la collega di turno quella sera che il collega Edoardo Quartarolo, che lo era il 18 febbraio successivo (quando Cristiana, accompagnata dalla madre, si era ripresentata al pronto soccorso con la febbre e con sintomi e dolori ancor più accentuati) avevano stilato una diagnosi di pleuropolmonite, prescrivendo, come da protocollo, una terapia a base di antibiotici e cortisone. —

Massimo Donati

© RIPRODUZIONE RISERVATA



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il presidio

Peccioli, scatta la protesta contro l’ossicombustore: «Non siamo la discarica della Toscana»