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L’arcivescovo: «Il prete è concubinario: arrestarlo!»
paolo gestri
L’arcivescovo Sant’Antonino, metropolita di Firenze, denunciava da sempre che “i contadini ballano nelle chiese e nei giorni festivi preferiscono giocare (e bestemmiare) piuttosto che andare in chiesa; sono spergiuri, fornicatori, avidi e ignoranti, e i parroci non sono migliori di loro” . Venne dunque il santo, nel 1451, su una ciuca, vestito da frate, in visita pastorale sul Montalbano, tra Prato e Pistoia. Nella relazione che di seguito fece pervenire al vescovo delle due città, Donato de’ Medici, lo ammonì severamente che “a Bacchereto il parroco è concubinario. Arrestarlo. Il parroco di Casale è ignorante, concubinario e scomunicato. Il prete di Montemagno ha una serva troppo giovane, la licenzi. A Carmignano, il rettore di Santa Cristina non sa neppure leggere. Ha tempo fino a Pasqua per imparare, altrimenti venga interdetto” . Antonino non fece sconti. Prese provvedimenti contro i rettori di Tobbiana, Saturnana, Spignana, Popiglio, Cutigliano, San Vitale, Orbignano, Santallemura, Usella, Santomato, Ramini, Vitolini ed altri. “Lei faccia accertamenti! – comandò al subalterno Donato – non lasci impuniti questi facinorosi e la pena e la punizione loro passi in esempio” . Esemplare la relazione sulla chiesa di San Biagio a Casalguidi: “In ea invenit multas gallinas. Et super altari majori erat pollarium et locum in quo galline dormiebant” .
Ma non cambierà niente neppure 50 anni dopo. Colpa anche di papi. Rimaste vacanti, nel 1502, le chiese di Casalguidi e di San Donnino a Firenze, Alessandro VI le assegnò al proprio segretario Giovanni, in compenso di servigi alla Curia romana, senza minimamente accennare, nella bolla papale, alla cura delle anime, ma ricordando bene che Casale rendeva 70 ducati d’oro e San Donnino 40. Antonino era un santo, così come c’erano tanti buoni ecclesiastici, soprattutto tra i missionari e i mistici, ma il sommo pontefice moltiplicava benefizi e prebende. Con al seguito la corruzione. La fede crollò e fu il trionfo machiavellico che il fine giustifica i mezzi. E si fece sfoggio di ricchezza e bellezza, col pieno consenso degli umanisti. A Venezia, frati e monache erano vicini di casa, cioè di convento, e concubini nel letto. Problema vecchio: “Sonno dimoni incarnati” , aveva sentenziato Santa Caterina, già un secolo prima.
Pio II corse ai ripari rimettendo ordine nei monasteri, ma Satana albergava insistente in molte donne attraenti. Figli illegittimi e omosessualità erano nella norma, al pari delle prostitute che seguivano gli eserciti, come le vettovaglie, a rimettere il sangue in bollore ai combattenti.
Ovviamente, disponibili tante donne anche in pace. Nel 1490, a Roma ce n’erano 6. 800 ufficiali, con presumibilmente altrettante “clandestine” , su 90mila abitanti: a conti fatti, calcolando 45mila donne, quasi una su tre, mentre a Venezia, nel 1509, ne furono censite11. 654 su 300mila veneziani, peraltro con nome, indirizzo e prezzo. Erano esse “cortigiane da candela” , troppo in basso per la vita di corte, che allora inventò le “cortigiane oneste” . E queste cantavano, suonavano, tenevano salotto; erano collezioniste e componevano versi anche (perché no? ) in onore della Vergine Maria. Ma amare e sposare non facevano rima: la moglie era d’impiccio. Raffaello e Michelangelo, con tutte le loro Madonne, non vollero prendere donna.
Per rimediare a cotanta riluttanza al matrimonio, nel 1454, Lucca escluse dalle cariche pubbliche tutti i celibi dai 20 ai 50 anni e Siena li gravò di penalità legali. Ma tale era l’uomo del Rinascimento che spingeva all’eccesso il proprio spirito individualistico: sprezzante delle convenzioni, insubordinato e ribelle alla morale ed alle proibizioni e i preti idealizzavano la bella donna che non era, alla Battisti, una donna per amico. –
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