Il Tirreno

Pistoia

Pozzi inquinati, esposto di Legambiente alla Procura

Fabio Calamati
Antonio Sessa, presidente di Legambiente, e l'avvocato Tamara Corazza (Foto Gori)
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Antonio Sessa, presidente di Legambiente, e l'avvocato Tamara Corazza (Foto Gori)

Il presidente Sessa: «Cloruro di vinile trovato dall’Arpat nel 2010. Quali responsabilità per non aver fatto nulla in tutti questi anni?»

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PISTOIA. Legambiente parla chiaro. «Per noi la contaminazione da cloruro di vinile e dicloroetilene dei pozzi privati nell’area di via del Redolone è un vero e proprio disastro ambientale, su cui occorre fare chiarezza». Lo dice l’avvocato Tamara Corazza Shirley, lo ripete il presidente Antonio Sessa, mentre presentano l’esposto che domani depositeranno alla procura della repubblica di Pistoia.
 
È un esposto contro ignoti, che non prefigura responsabili, come precisano i firmatari, ma si limita a mettere in fila le notizie ad oggi note. «Notizie scarse e insufficienti – nota lo stesso Sessa – visto che si sta parlando di un inquinamento che durerebbe da vent’anni. Inquietante che in tutto questo tempo non si sia fatto sostanzialmente nulla, soprattutto da parte della politica».
 
Ad accrescere le preoccupazioni, poi, è arrivata la scoperta, in una zona molto vicina, di quella concentrazione anomala (9 casi in 4-5 anni, contro i 2 circa attesi) di tumori dei tessuti molli che ha indotto l’Asl a svolgere, tra l’altro, delle analisi proprio dei pozzi privati. Una vicenda che Legambiente non ha nessun elemento per collegare all’inquinamento da cloruro di vinile (e infatti nell’esposto non se ne fa assolutamente cenno) ma che indubbiamente aumenta i timori di chi vive nella zona, come è emerso chiaramente anche all’assemblea del 4 ottobre scorso.
 
L’esposto, come detto, è costruito sulla base dei dati emersi dalle analisi dell’Arpat effettuate tra dicembre 2018 e aprile 2019 su una trentina di pozzi privati situati subito a nord di Cantagrillo, da una parte e dall’altra della via Montalbano. In almeno una decina di casi l’Arpat ha verificato la presenza di cloruro di vinile e 1-2 dicloroetilene, in alcuni casi con concentrazioni ben al di sopra dei limiti di soglia.
 
Legambiente sottolinea con preoccupazione che la pericolosità delle sostanze per la salute umana è dimostrata anche per basse concentrazioni. E soprattutto che Arpat sostiene di aver già misurato una contaminazione nel 2010, ipotizzandone l’origine addirittura un decennio prima. Infine, è preoccupante che l’inquinamento riguardi la falda superiore (20-30 metri di profondità) ma che anche quella più profonda (70 metri) risulti contaminata. Anche se i pozzi che riforniscono l’acquedotto – bene chiarirlo – appaiono indenni.
 
«Gli inquinanti – sintetizza Sessa – sono tipici di lavorazioni industriali tessili o metalmeccaniche, ma oggi è difficile stabilire l’origine di queste sostanze, che erano già presenti 18 anni fa nella falda. Ma qualche responsabilità ci sarà per avere atteso tutti questi anni prima di fare nuovi controlli».
 
È appunto l’individuazione di queste responsabilità che l’esposto di Legambiente chiede di effettuare (anche se la stessa Arpat, nei mesi scorsi, ha depositato in procura le stesse conclusioni). Ma «di fronte a un sì grave panorama – si legge nell’esposto – e all’accertato avvelenamento del territorio», Legambiente sente il bisogno di essere presente. 

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