Il Tirreno

Pistoia

l’intervista 

«Faccio la bibliotecaria e aiuto chi rimane indietro»

Alessandra Tuci
«Faccio la bibliotecaria e aiuto chi rimane indietro»

Maria Stella Rasetti dirige due importanti istituzioni: S. Giorgio e Forteguerriana Un consiglio ai giovani: puntare sulle tecnologie applicate ai beni culturali 

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Come piccoli tesori preziosi, abbelliscono la sua vita e diventano strumenti per mezzo dei quali ogni persona riesce a sentirsi uguale ad un’altra, senza distinzione. È la bellezza catartica racchiusa in ogni singolo libro. Prezioso come un gioiello. Unico ed inimitabile. Lo sa bene Maria Stella Rasetti, classe 1961, nata sotto il segno dei Pesci, direttrice delle biblioteche San Giorgio e Forteguerriana, pisana di origine e innamorata di Pistoia, che si avvicina al mondo delle biblioteche fin da ragazzina, al primo anno del ginnasio, quando inizia a percepire il divario economico e culturale che c’è, purtroppo, tra i suoi coetanei.

«Ho sentito sulla mia pelle – racconta – che tra i miei compagni di classe c’era chi aveva l’abbonamento a teatro e chi in un teatro non aveva mai messo piede; chi parlava fluentemente inglese, grazie alle vacanze all’estero organizzate da anni, e chi compitava male anche le parole più semplici. Oggi c’è chi non ha gli strumenti per muoversi in un mondo che è spesso infido (e pensiamo al fenomeno delle notizie false) e potrebbe rimanere negativamente condizionato dalle proprie carenze. Purtroppo non siamo tutti uguali, né abbiamo tutti le stesse opportunità: c’è chi parte avvantaggiato e chi svantaggiato. Ecco, fare il bibliotecario significa oggi creare azioni positive a favore di chi è rimasto indietro, e sostenere chi ha già i mezzi per ottenere e gestire le informazioni».

La persona è un essere umano intero, fatto di tanti bisogni e di tante potenzialità.

«Noi dobbiamo guardare alla persona nel suo insieme, includere i suoi bisogni, interpretarli, sostenere il suo percorso di studi, di intrattenimento e di conoscenza. Siamo dei compagni di viaggio che conoscono tante strade, anche segrete, a volte. Ma al centro del nostro lavoro c’è sempre la persona che varca la biblioteca e anche quella che resta fuori e che andiamo a cercare in tanti altri modi».

San Giorgio e Forteguerriana: cosa sono oggi queste due biblioteche per la città, cosa le accomuna e cosa le differenzia?

«La San Giorgio è una biblioteca contemporanea o, come si dice in gergo, di pubblica lettura: serve la comunità nel suo insieme, i bambini, i ragazzi, le famiglie, e sostiene il percorso di apprendimento e di crescita dei diversi gruppi sociali. Per definizione è aperta e rumorosa, e guarda al proprio patrimonio come a un mezzo e non un fine. Un libro per bambini con le pagine staccate e la copertina rovinata è una grande vittoria: vuol dire che è stato letto molte volte, e ha fatto bene il proprio lavoro. Ne ricompriamo un’altra copia, e mandiamo in pensione la copia che ormai non è più utilizzabile. Per la Forteguerriana, che è una biblioteca di conservazione, i libri e tutti gli altri documenti registrati invece rappresentano un fine, e non mezzo. L’importante per noi è tutelarli e conservarli, e quindi, quando necessario, anche limitarne l’uso, se questo può mettere a rischio la loro conservazione, Semplificando un po’, si potrebbe dire che alla Forteguerriana c’è il nostro passato, e alla San Giorgio il nostro presente. Semplificando un po’ ho detto, perché in effetti nella nostra identità passato e presente si mescolano sempre. La Forteguerriana si offre essa stessa come pezzo di storia della nostra comunità, la San Giorgio crea la comunità ogni giorno».

Quale consiglio può dare ad un giovane che vuole avvicinarsi al mestiere del bibliotecario?

«Studiare e specializzarsi in quelle aree su cui la concorrenza è quasi inesistente, come il fronte della tecnologia applicata ai beni culturali. Ci fossero bibliotecari che sviluppano app che consigliano romanzi da leggere, troverebbero un reddito, senza per forza ambire al posto pubblico».

L’aspetto migliore è quello peggiore di questo lavoro?

«La parte migliore è sicuramente la relazione con il pubblico: tante sono le persone sorridenti, che ringraziano, che ci portano un dolcetto a Natale. L’aspetto peggiore è lo stesso. A volte le persone sono inutilmente aggressive, o cercano la dimostrazione di una loro teoria preconcetta senza ascoltare minimamente le ragioni altrui. Non è facile dunque lavorare sempre a contatto con “l’altro”, nonostante la professionalità e la dedizione che sicuramente chi ha deciso di fare il bibliotecario possiede. Ma a volte sono proprio questi piccoli ostacoli a dare lo stimolo per scavalcarli ed arginarli. Facendo diventare quello che fai il mestiere più bello del mondo. Ogni lavoro sociale ha un elemento naturale di fatica – conclude Rasetti – però, riprendendo un famoso verso di una canzone di Jovanotti, almeno nella mia esperienza a Pistoia, molto spesso si tratta di un immenso piacere». –



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