Il Tirreno

Pistoia

Città in lacrime per Roberto Maltinti Gremita la chiesa di San Francesco

Elisa Pacini
Città in lacrime per Roberto Maltinti Gremita la chiesa di San Francesco

Familiari, sportivi, amici e tanta gente comune hanno rivolto l’ultimo saluto all’ex presidente di Pistoiese e Pistoia Basket

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PISTOIA. I campioni e i ragazzi delle giovanili. Le fasce tricolori dei sindaci (Tomasi di Pistoia, Benesperi di Agliana e Lunardi di Serravalle). Personalità della città e collaboratori vecchi e nuovi del mondo sportivo arancione e biancorosso. E soprattutto tantissima gente comune, tifosi di calcio e basket ma anche di altri sport e cittadini comuni che hanno sempre visto in Roberto Maltinti un punto di riferimento, un simbolo. Quando il carro funebre è arrivato davanti alla chiesa di San Francesco, ha trovato uno striscione, uno di quelli che di solito i tifosi appendono prima delle gare importanti. Stavolta c'era scritto “Ti piange la città” ed era vero. Perché a dare l'ultimo saluto a Roberto Maltinti, c'erano davvero tutti. Addolorati e ancora sbigottiti di fronte ad un dolore così improvviso, come quello generato dal malore improvviso che nella notte tra domenica e lunedì si è portato via a 71 anni l'ex presidente di Pistoia Basket e Pistoiese.

Maltinti era di fatto il trait d’union – uno dei pochi purtroppo – dello sport cittadino. In sostanza un pezzo di città, che come tanti figli del dopoguerra (era nato nel 1948) era abituato a rimboccarsi le maniche. E così ha fatto sia nel suo lavoro di imprenditore, sia nella sua più che quarantennale avventura da dirigente sportivo (iniziò con il fratello Mauro negli anni '70 come sponsor del ciclismo), sempre vissuta in prima linea. Con un carisma innato, spontaneo e quindi non sempre politically correct e quel sorriso con cui ha affrontato anche le battaglie più dure che la vita non gli ha risparmiato.

«Questa era l'ultima cosa che volevo fare per te» ha detto nell'omelia, don Piergiorgio Baronti, amico e “collega” di Maltinti (il sacerdote è presidente del Bottegone Basket) con un groppo in gola controllato a stento. «Mi hai sorretto come dirigente – ha aggiunto – e in alcune occasioni mi rivedevo in te, soprattutto nelle reazioni ad alcune decisioni arbitrali». Di Maltinti, il “don” dei canestri pistoiesi ha lo stesso carattere pepato e la stessa umanità. Quella che a fine messa l’ha spinto a intonare quasi da solo una sentita “Fratello Sole, Sorella Luna”. La poesia in musica del frate di Assisi, a cui è intitolata la maestosa chiesa di piazza Mazzini, così vasta da sembrare fredda, eppure stavolta strapiena.

«Dolce sentire come nel mio cuore, ora umilmente sta nascendo amore» recita il canto ispirato alle parole di San Francesco, punto di riferimento per la fede che scelse di vivere tra la gente. Un po’ come ha fatto nella sua vita da “maledetto toscano” Roberto Maltinti. «Quando la famiglia mi ha chiesto di celebrare il funerale ho tentennato – ha aggiunto don Baronti – sono sicuro Roberto che ti troverai in sintonia con il giudice con la G maiuscola che ti ha già accolto con una stretta di mano come facevi tu».

Se le tantissime sciarpe e maglie adagiate sulla bara hanno ricomposto la storia del tifo pistoiese, in un mosaico di nomi tra gruppi in attività e altri del passato di Curva Nord e Curva Pistoia, i numerosi interventi che hanno chiuso la celebrazione hanno ricordato il Maltinti dirigente, il Maltinti babbo o amico, ruoli che in molti casi si sono sovrapposti.

Confusi tra i tifosi con occhi lucidi e sciarpa al collo, i volti più noti. Dall'ex coach Vincenzo Esposito arrivato in treno da Brescia, ad Ariel Filloy catapultatosi a Pistoia non appena atterrato in Italia dopo il Mondiale cinese. E poi Oscar Chiaramello, Alessandro Bencaster, Simone Berti, Daniele Magro per il basket. E lo storico capitano arancione Andrea Bellini a rappresentare i gloriosi trascorsi di “Robertone” alla guida della Pistoiese.

Presente tutta l'OriOra di coach Carrea, tanti bombardieri delle minors tra cui i ragazzi della ripartenza biancorossa in C2. Fiorello Toppo, Andrea Daviddi e Gianluca Della Rosa, capitani a lui molto legati, hanno portato a spalla il feretro fuori dalla chiesa mentre i "suoi" Redskins lo accompagnavano con quel "tanto non ci s'arrende e paura non se n'ha" che non è stato solo il motto che ha spinto in A2 nel 1987 l'Olimpia Maltinti ma è stato soprattutto il leit motiv della vita del presidentissimo. Prima di iniziare l'ultimo viaggio verso il cimitero di Burgianico in Capostrada. —

Elisa Pacini

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