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Scoperta da un giovane studioso pistoiese la “nuova Cappella degli Scrovegni”
Giacomo Guazzini ha individuato un ciclo di affreschi realizzato da Giotto nella Basilica di Sant’Antonio a Padova
pistoia. La scoperta è a dir poco sensazionale, anche agli occhi di chi si intenda poco di arte. Si tratta del ritrovamento di un nuovo e sconosciuto ciclo di affreschi realizzato da Giotto nella Cappella di Santa Caterina, all’interno della Basilica di Sant’Antonio a Padova. Una scoperta nella scoperta, perché in quel ciclo pittorico – nascosto sotto le sbadate pennellate di artisti e restauratori che si sono susseguiti nei secoli – c’è anche uno stemma inequivocabile: quello della celebre famiglia degli Scrovegni, la stessa da cui simbolicamente prende il nome la ben più nota Cappella affrescata da Giotto proprio su commissione di Enrico, illustre esponente della famiglia padovana.
A scoprire le tracce del grande Maestro in quella che è già stata soprannominata la “nuova Cappella degli Scrovegni” – a definirla così, il professore e storico dell’arte Salvatore Settis, già rettore della Scuola Normale Superiore di Pisa – è stato lo storico dell’arte pistoiese Giacomo Guazzini. Trentaquattrenne ricercatore dell’Istituto tedesco di storia dell’arte di Firenze (Max Planck-Gesellschaft), che entro la fine dell’anno pubblicherà la sua ricerca. Che non è certo la prima, perché Guazzini – già nel 2015, in occasione dei suoi studi per la tesi di dottorato alla Normale di Pisa – aveva scoperto la mano di Giotto anche negli affreschi della Cappella della Madonna Mora, sempre all’interno della basilica di Sant’Antonio.
Poi, a distanza di quattro anni, la nuova grande intuizione dello storico dell’arte – sviluppatasi grazie a studi su materiale fotografico degli anni ’20 del ’900, portati avanti insieme al grafico Enrico Bancone – che incastra l’ultimo tassello mancante nell’articolato mosaico del percorso artistico di Giotto. E mette in luce uno snodo cruciale per lo sviluppo di una nuova tecnica pittorica del grande maestro. Ovvero le prime tracce della ricerca di quell’ “illusionismo prospettico” – che si svilupperà con il Rinascimento – di cui Giotto fu precursore, e che delineano lo spartiacque tra le opere del giovane pittore ad Assisi (Il ciclo con le Storie di San Francesco nella chiesa dedicata al frate, databile attorno al 1290) e quelle dell’artista ormai maturo a Padova, negli anni in cui realizzò il suo capolavoro di luce e colore, la Cappella intitolata a Santa Maria della Carità (1303-1305), conosciuta come “degli Scrovegni”. Ma Guazzini – autore di studi destinati a cambiare per sempre la storia dell’arte – non si monta la testa.
«Si è trattato certamente di una scoperta strepitosa – racconta – raggiunta con un duro lavoro di ricerca e studi documentali. La soddisfazione è stata enorme. La realizzazione di un sogno che tutti i ricercatori hanno».
Ma nonostante il grande intuito e gli innegabili obiettivi raggiunti, per Guazzini il futuro è ancora incerto. La sua borsa di studio all’Istituto tedesco di storia dell’arte di Firenze, che ha finanziato le ricerche per la Cappella di Santa Caterina, scade a maggio 2020. Dopo di che Guazzini è già pronto a preparare passaporto e valigie per trasferirsi oltreoceano. «Molto probabilmente – spiega con rammarico – andrò negli Stati Uniti, perché in Italia, a esclusione di alcuni rari casi, non si investe in ricerca e cultura. Un paradosso, visto che dal punto di vista storico artistico siamo il Paese più ricco del mondo».
Insomma, l’ennesimo caso di una mente brillante costretta a fuggire all’estero per fare il proprio mestiere. Si tratta di un ulteriore paradosso, se si pensa ai tempi in cui, forte anche del mecenatismo di signori illuminati, la nostra penisola coltivava e custodiva gelosamente i suoi migliori talenti. –
Valentina Vettori
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