«Ex vigile del fuoco ucciso da un infarto dovuto alle malattie di cui soffriva»
Nel processo contro la vedova accusata di maltrattamenti il consulente della difesa ribatte alle conclusioni dal perito della procura
PISTOIA. Si è avvalsa della facoltà di non rispondere alle domande del pm Bogdana Marinova Vesselinova, la 50enne di origini bulgare accusata di aver provocato – con i suoi continui soprusi e maltrattamenti – la morte del marito, l’ex vigile del fuoco Antonio De Witt, trovato senza vita, all’alba del 5 febbraio dello scorso anno, sul pavimento della squallida cameretta in cui era costretto a dormire.
Sotto processo davanti alla Corte d’assise di Firenze, nell’aula bunker di Santa Verdiana, per il reato di maltrattamenti aggravati dalla morte, ieri mattina l’imputata (per la prima volta presente in aula) è stata chiamata a deporre dal pubblico ministero Giuseppe Grieco, ma, anche su consiglio del proprio avvocato Benedetta Berardinelli, ha preferito tacere.
Un’udienza, quella di ieri, incentrata sulla testimonianza del consulente tecnico della difesa, che nella propria perizia è giunto ad una conclusione diametralmente opposta rispetto a quella del collega dell’accusa. A partire dalle cause del decesso: Antonio De Witt non morì di “crepacuore”, a causa delle tossine accumulate per via delle sofferenze patite nei suoi ultimi giorni di vita, ma secondo il medico legale Giuliano Piliero ad ucciderlo fu un comune infarto. Ne sarebbero prova proprio quelle striature necrotiche riscontrate sul muscolo cardiaco all’esame microscopico che per il collega della pubblica accusa, Marco Di Paolo, sarebbero invece segno caratteristico dello stress da maltrattamenti. Quindi, una morte per cause naturali, per un infarto conseguente alle malattie di cui soffriva De Witt: coronaropatia e interstiziopatia polmonare.
Poi Pilero, rispondendo alle domande del difensore e del pm, ha illustrato le sue conclusioni sulle lesioni riscontrate sul cadavere durante l’autopsia: solo una, su un gluteo, sarebbe compatibile con un colpo ricevuto, probabilmente inferto con un bastone. Per il resto, si tratterebbe di escoriazioni, ferite e lividi provocati dalle cadute di cui, secondo la difesa, era vittima l’ex vigile del fuoco, che soffriva di epilessia. Come quelle trovate sul dorso delle mani, sui gomiti e sulle ginocchia, riconducibili ad un’unica caduta in avanti. Così come la frattura del setto nasale. Nessun tentativo di difesa, insomma, dai colpi inferto dalla moglie.
Il 6 dicembre sono previste la requisitoria del pm e l’arringa del difensore. Quindi, la sentenza. —
M.D.
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