Tutte le anime del carcere nella cena gourmet dentro la casa circondariale
l’eventoUna serata di gala, ma senza frivolezze, perché non sono ammessi eccessi nel luogo di dolore per eccellenza: il carcere. Un incontro al buio, ma con sviluppi futuri difficili, perché chissà...
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Una serata di gala, ma senza frivolezze, perché non sono ammessi eccessi nel luogo di dolore per eccellenza: il carcere. Un incontro al buio, ma con sviluppi futuri difficili, perché chissà quando e se potrai incontrare le persone al tuo fianco: i detenuti. Una cena gourmet, ma senza vini, perché ai fornelli c’è uno chef vero ma per l’alcol non c’è posto: dietro le sbarre è sempre proibito. Un’esperienza forte ma difficile da immaginare prima, perché il rumore del metallo che sbatte sul metallo fa venire i brividi, anche se sai che quella porta che ti isola dal mondo per te si riaprirà poche ore dopo.
Sono queste alcune delle emozioni vissute da avvocati, magistrati, giornalisti e personalità durante la cena in carcere organizzata lo scorso settembre dall’Ordine degli avvocati e dalla direzione del carcere di Pistoia in occasione del convegno forense “Ho bisogno di difesa”. Un evento collaterale chiamato “Stasera siamo aperti” con l’obiettivo di sottolineare, come spiegato dal presidente degli avvocati pistoiesi Giuseppe Alibrandi, «che anche se le mura dividono, il carcere è una parte della comunità».
E così, seduti a tavola con a fianco detenuti e operatori del penitenziario, nella palestra della casa circondariale sono emerse le varie anime di una realtà di fatto sconosciuta. Tra uno sformatino ai funghi e una crêpes al formaggio, realizzati dallo chef Stefano Ferrari con alcuni detenuti, è emerso la quotidianità di chi in carcere è costretto a vivere per una condanna e chi deve viverlo senza colpa.
Perché mura, pesanti portoni e grate alle finestre delle celle non sono solo il simbolo della perdita di libertà, ma anche della vita vissuta metà dentro e metà fuori dagli agenti della penitenziaria, dagli educatori e dal personale dell’amministrazione penitenziaria. Ossia il punto di congiunzione tra i detenuti e il vivere quotidiano fatto tanto di espiazione della pena, quanto di lavoro dentro al carcere.
Perché il lavoro coinvolge anche chi, lì dentro, fa i conti con gli errori fatti, ma resta umano. Come quei detenuti-camerieri che servivano ai loro compagni di sventura i filetti più succosi. Non un favoritismo, ma un segnale di ricerca di sopravvivenza a una condizione che, meritata o meno, resta aliena all’idea di essere umano. —
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