Il Tirreno

Pistoia

accoglienza dei migranti 

Medico sul pulpito durante l’omelia «Falsità, a Vicofaro nessuna epidemia»

VALENTINA VETTORI
Medico sul pulpito durante l’omelia «Falsità, a Vicofaro nessuna epidemia»

Intervento durante la messa domenicale di Roberto Barontini che segue quotidianamente i ragazzi ospiti di don Biancalani 

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PISTOIA

Nessuna epidemia, nessun virus. A Vicofaro, da don Massimo Biancalani, dove trovano ancora ospitalità alcune decine di giovani richiedenti asilo fuoriusciti dai progetti di accoglienza, da settimane si rincorrono voci di malattie esotiche che si starebbero diffondendo proprio a causa di quei ragazzi provenienti dal continente africano. Tentativi, forse, di diffondere la paura nelle persone, per convincerle ad abbandonare la parrocchia e portare via anche i bambini che frequentano i corsi del catechismo.

«Niente di più falso». A ripeterlo, più volte, è stato lo stesso parroco, ma domenica scorsa alla sua voce si è aggiunta quella di una figura piuttosto nota in città: Roberto Barontini, ex parlamentare, medico in pensione, che dall’avvio, nel 2015, delle attività di accoglienza alla parrocchia di Vicofaro, presta volontariamente, e quotidianamente, la sua lunga esperienza al servizio della salute di quei giovani. E domenica scorsa, la sua testimonianza, Barontini l’ha portato davanti ai fedeli presenti alla messa, salendo sul pulpito durante l’omelia.

Questa, ha detto, è l’attività «più difficile, ma anche la più importante che abbia mai svolto». Un impegno che il medico, che è membro dell’associazione Medu (Medici per i diritti umani) porta avanti guidato dal faro della Convenzione internazionale per i diritti dell’uomo, secondo cui tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, e sono dotati di ragione e di coscienza. Per cui, devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Nel suo intervento, Barontini fuga ogni dubbio sulla presenza di malattie nella parrocchia, ribadendo che in quella sorta di “ospedale da campo” il vero problema sono i traumi fisici e psicologici subiti da quelle persone. «Ma quali virus? Questi ragazzi sono assistiti continuamente – sottolinea il dottore – Anzi, avendo loro una minore copertura vaccinale rispetto alla nostra, siamo noi a metterli in pericolo con le nostre malattie, tipicamente occidentali». Come la meningite.

Ed è proprio grazie alla riflessione sulla cura di patologie molto diverse da quelle che si è trovato a curare per decenni, che Barontini ha capito la necessità di dover «stare in mezzo a loro, per far sì che avessero una assistenza preventiva più alta».

Malattie africane come la malaria? Cita in modo provocatorio Barontini, «Qui nei dintorni daranno la colpa a questi migranti, e non alla zanzara Anopheles».

Nessun virus, ribadisce il dottore. «Le cose che preoccupano, qui, sono i traumi e le lesioni». E racconta il primo incontro che ha avuto con due migranti. «Uno aveva un gonfiore ad un braccio. Gli chiesi “che cosa hai fatto?”: mi rispose che si trattava di una frattura. Feci fare la radiografia e vidi la gravità. Allora gli chiesi come poteva essere successo. Mi disse che era stato preso a martellate. Il secondo, invece, aveva un danno a una vertebra. Per lui ordinai una lastra. Era stato preso a colpi sulla schiena con il calcio di un fucile».

E conclude: «Noi per questi ragazzi rappresentiamo una luce che non può mai essere spenta. Si dica pure quello che si vuole, ma l’importante è che si tenga fede al modello della Convenzione internazionale». —

VALENTINA VETTORI

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