Italia
«Noi spieghiamo i loro diritti ma devono inviare soldi a casa»
Lo stesso don Biancalani aveva denunciato la scorsa estate la presenza di un furgone sospetto sul viale Adua che portava i ragazzi a lavorare
PISTOIA
Tra i braccianti caricati sui furgoni, impiegati al nero e sfruttati nella raccolta delle olive a pochi euro l’ora, nelle province di Prato, Firenze, Siena, Lucca, Arezzo e Pisa, ci sono anche due giovani richiedenti asilo con domicilio nella parrocchia di Vicofaro, da don Massimo Biancalani. Lo stesso parroco che, proprio la scorsa estate, aveva denunciato ai Carabinieri un furgone sospetto che, sul viale Adua, di notte, caricava giovani migranti per portarli a lavorare chissà dove. Notizia che gli era stata confidata direttamente da uno ragazzi, ospiti proprio in parrocchia.
«Quello che cerchiamo di fare con questi ragazzi, è spiegare loro che chi lavora ha dei diritti fondamentali, come un contratto e una busta paga. Cerchiamo di spiegargli che è importante interrompere il muro del silenzio e che certe cose vanno denunciate, anche se poi si perde il lavoro. Ma non è sempre semplice, perché molti hanno paura di ritorsioni e vogliono solo mandare i soldi a casa, in Africa».
Allo sportello di consulenza per i migranti, a Vicofaro, un martedì pomeriggio ogni quindici giorni Aurora Luongo e Arianna Triolo dell’Unione del sindacato di base incontrano giovani richiedenti asilo o persone che hanno già ottenuto un permesso per motivi umanitari (quello che il ministro dell’Interno Matteo Salvini vuole abolire con il “decreto sicurezza”, ndr) e rispondono alle loro domande su lavoro, contratti, buste paga e diritti, ma anche rinnovi per i permessi di soggiorno. Uno sportello attivato nel giugno del 2018, e che in breve tempo è diventato punto di riferimento per molti migranti di tutta la provincia, spesso già fuoriusciti dai progetti di accoglienza presenti sul territorio.
E il racconto che ascoltano è sempre lo stesso: sfruttamento, lavoro nero, caporalato, contratti in agricoltura “a chiamata” dove si finisce per non essere mai pagati quanto previsto. «Diamo loro consulenze, consigli, li accompagniamo in un percorso come persone, prima ancora che lavoratori, perché molto spesso non sanno nemmeno cosa sia un contratto – dice Luongo – ascoltiamo i loro racconti e, quando trovano il coraggio e ci danno il via libera, inviamo le segnalazioni all’ispettorato del lavoro». Come fatto lo scorso luglio quando alcuni giovani richiedenti asilo, confidandosi con le due sindacaliste, avevano raccontato di gravi situazioni di sfruttamento.
«Il caporalato è sempre esistito, anche qui in provincia, ma molto sottotraccia. Ora, invece, sta cominciando a emergere sempre più. E gli sfruttatori hanno capito che la carta giusta è quella dei giovani richiedenti asilo». –
V. V.
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