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L’occupazione non abita più qui, siamo penultimi a livello regionale
Pistoia avanti solo a Massa Carrara con il dato dell’11,7% Gioffredi (Cgil): «Trasformati in una economia di servizi»
PISTOIA. Disoccupazione in provincia all’11, 7%, con il dato relativo alla componente femminile che raggiunge quota 13, 5%. I numeri peggiori della Toscana (siamo secondi solo a Massa Carrara), dove la media dei disoccupati è dell’8,6%, contro l’11, 2% a livello nazionale.
Aumentano gli inattivi, ovvero le persone che il lavoro non lo cercano nemmeno più. E poi i numeri del tasso di occupazione, attività e inattività in provincia, rispettivamente al: 62, 1% (in Toscana 66%), 70,5% (Toscana 72,4%) e 29,5% (Toscana 27,6%). Dati che non consolano se si analizzano i nuovi contratti di lavoro, dove solo uno su dieci è a tempo indeterminato. Gli altri si dividono tra tempo determinato, somministrazione, interinali, apprendistato e lavoro a chiamata. In aumento anche coloro che percepiscono l’indennità di licenziamento, che nel 2017 sono stati oltre 7.500. Sale, infine, anche il dato relativo ai fallimenti delle aziende che, lo scorso anno, ha registrato 73 procedure concorsuali (30% in più del 2016).
A disegnare la mappa provinciale, piuttosto nera, di disoccupazione, scarsa qualità dell’occupazione e precarietà dei contratti di lavoro è il segretario della Cgil di Pistoia, Daniele Gioffredi. «Una situazione di stagnazione che, da anni, mantiene numeri negativi». E dove, anche un dato che, apparentemente, potrebbe sembrare positivo, ovvero la diminuzione del ricorso alla cassa integrazione, in realtà nasconde un altro risvolto: le aziende preferiscono licenziare piuttosto che attivare ammortizzatori sociali. «L’economia in provincia – spiega Gioffedi – prima dell’inizio della crisi del 2008, era trainata dal settore manifatturiero e dell’industria, dove erano impiegati quasi la metà dei dipendenti totali. I dati della Camera di Commercio di oggi, invece, ci dicono che il 71% degli occupati sono nei servizi, il 19% nell’industria e nell’artigianato, il 7,7% nell’edilizia e il 2,3% in agricoltura e vivaismo».
Migliaia di lavoratori che, negli anni, si sono spostati da un settore all’altro. Un radicale mutamento del tessuto occupazionale del territorio, ma soprattutto l’addio di Pistoia alla sua storica vocazione manifatturiera. E il conseguente abbassamento della qualità del lavoro. «La cosa più preoccupante, infatti, è che la maggioranza delle persone che oggi lavorano nei servizi non ha un’occupazione qualificata (servizi alle imprese, ricerca, innovazione, ndr), ma impieghi che, spesso, specialmente quando si tratta di donne, sono fatti da part time involontari».
Qualche ora settimanale, bassa qualità del lavoro e salario ridotto. Un altro dato che «dovrebbe far riflettere – prosegue – è che in provincia il 54% delle imprese presenti sul territorio è fatto di attività individuali, di piccola e piccolissima impresa. Mentre in una fase come questa ci sarebbe bisogno di aggregazione e di lavori di filiera. Soprattutto per quanto riguarda l’internazionalizzazione».
Proprio per questo, torna a sottolineare il segretario della Camera del lavoro, è necessario ripartire dalle eccellenze che già ci sono: vivaismo, settore ferroviario, turismo e manifatturiero per puntare sulle aziende che investono in ricerca e innovazione. Altrimenti il rischio è rimanere fanalino di coda della Toscana centrale.
«Questa è l’ultima chiamata per Pistoia. Il territorio deve cominciare ad attrarre investimenti e dirottare le risorse laddove si riesce a generare benefici per l’intero sistema produttivo. Ed è quello che, come Cgil, cercheremo di fare attuando il Piano strategico territoriale». –
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