Il Tirreno

Pistoia

«Pratesi ci paghi perché con il dialogo non ci si mangia»

«Pratesi ci paghi perché con il dialogo non ci si mangia»

Dura replica di lavoratori e sindacati all’intervista al Tirreno del titolare della storica azienda di biancheria per la casa

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PISTOIA. «Con il dialogo non si mangia, intanto paghi gli stipendi». Usano parole dure le lavoratrici e i lavoratori della Defi, lo stabilimento di Ponte Stella destinato a chiudere i battenti dopo la cessione – da parte della famiglia Pratesi – dello storico marchio di biancheria per la casa di alta qualità alla società americana J2 Brands Group. Il dito della sessantina di lavoratori sul baratro del licenziamento – con al loro fianco i sindacati (Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil Pistoia) e la Rsu – è puntato sull’intervista rilasciata al Tirreno dal titolare Federico Pratesi, che ora viene accusato di essere stato incapace di preservare un patrimonio storico, decidendo di «salvare se stesso abbandonando i dipendenti al proprio destino, senza dimostrare invece una chiara volontà di conservazione della produzione».

E «trattenendo a stento reazioni che potrebbero degenerare in maleducazione», spiegano replicando alla “scelta dolorosa ma inevitabile” del patron della centenaria azienda, vogliono mettere i puntini sulle “i”.

La fiducia tradita. «I lavoratori si sono fidati più volte delle parole del titolare, spiegano, confidando in una cessione che fosse capace di salvaguardare anche il patrimonio produttivo che, a nostro avviso, ha garantito in ogni caso la fortuna della famiglia Pratesi. La quale invece si è garantita la sopravvivenza attraverso la mini-società, a scapito delle lavoratrici una volta definite “il cuore pulsante”».

Le offerte rifiutate.«Pratesi non spiega perché non sia stato capace di valorizzare il marchio vendendolo a chi poteva garantire la continuità produttiva, come da offerte pervenute addirittura prima e durante la presentazione del concordato (offerte di aziende cinesi, marchi concorrenti e svizzeri). Forse perché le stesse prevedevano che la famiglia non fosse più a “servizio del progetto” come invece garantito dall’americana J2?».

Dialogo e stipendi.Pratesi, nell’intervista al Tirreno, ha sottolineato il rapporto con i dipendenti improntato sul dialogo e la trasparenza. «Questi elementi purtroppo non hanno portato grandi risultati – ribattono i lavoratori e i sindacati – e con il dialogo e la trasparenza non ci si mangia, né adesso (visto che deve essere ancora saldato lo stipendio di febbraio, oltre a tre mensilità del 2017) e nemmeno in futuro, dal momento che le maestranze saranno a breve in mezzo ad una strada».

«Le lavoratrici ed i lavoratori – proseguono – sono gli stessi che hanno continuato a credere alle parole di Pratesi affrontando gli ultimi periodi senza il pagamento di stipendi, in autogestione, senza alcun responsabile di produzione, senza riscaldamento, senza acqua. Pratesi forse pensa che le professionalità e le capacità che hanno resa famosa la Defi si generino spontaneamente, come i funghi in autunno, una volta licenziate le lavoratrici?».

La cooperativa. E sull’invito del patròn ai lavoratori di proseguire l’attività costituendosi in cooperativa? «Suona più – ribattono – come uno scaricabarile (attuato anche nei confronti dei manager che lui ha profumatamente pagato e sostenuto e che oggi considera degli inetti) che una realtà possibile da ricostruire, magari anche in forme diverse dall’autorganizzazione, ma soprattutto supportando la costituzione con gli strumenti necessari».

«Perchè per esempio Pratesi ad oggi non è stato in grado di consegnare al sindacato e alla Rsu una proposta concreta di possibile fatturato che, assieme a determinate condizioni di garanzia, nella prospettiva futura consenta di costruire un piano finanziario per una possibile nuova azienda, visto che tale richiesta è stata avanzata da quasi un mese? Siamo sicuri che si voglia dare continuità produttiva? Oppure la produzione dichiarata “fondamentale” nell’incontro del 28 febbraio oggi non è più tale e magari sono già state individuate ditte (anche fuori dall’Italia) per assicurare le vendite dei prodotti agli americani?».

Le richieste. Dipendenti e sindacati invitano perciò Pratesi, «se vuole bene davvero alle dipendenti “che sono con noi da tre generazioni”» ad adoperarsi per utilizzare tutti gli strumenti previsti dalla normativa per salvaguardare prodotto ed ’occupazione. «Ribadiamo quindi la richiesta all’azienda di non procedere ai licenziamenti una volta risolte le questioni tecniche, ma di impegnarsi, in particolar modo a Federico Pratesi in prima persona) per tramutare in fatti le dichiarazioni rilasciate, che oggi rischiano di apparire veri e propri alibi per liberarsi la coscienza, salvaguardando invece il proprio esclusivo interesse personale ed il nome della famiglia».



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