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Uccisa col fuoco 20 anni di carcere al suo assassino
di Massimo Donati
Condannato il profugo che appiccò le fiamme alla stanza in cui la ragazza si era rifugiata
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PISTOIA. Nei suoi occhi il dolore ha lasciato il posto alla rabbia. «Venti anni, troppo poco. Da noi gli avrebbero dato cinquant’anni». Solo una manciata di parole mentre, in piazza del Duomo, aspetta che l’assassino di sua moglie venga scortato in manette fuori dal tribunale. Dopo una condanna che in punta di diritto non fa una piega, ma che per lui non sarà mai abbastanza pesante per quell’uomo che per lui era come un fratello. E che il 6 ottobre dello scorso anno, a Sammommè, ha ucciso in modo atroce la sua Lamiae: con il fuoco.
Un omicidio di una crudeltà inspiegabile per il quale, ieri mattina, davanti al gup del tribunale, Afzal Hussain, 30 anni, profugo pakistano, è stato condannato per rito abbreviato a 20 anni di reclusione, riconosciuto colpevole di aver ucciso Lamiae Chriqui, 28enne di origini marocchine, che da qualche anno, nella piccola frazione collinare, aveva iniziato una nuova vita assieme al marito. Una pena che è il risultato dello sconto di un terzo dovuto per la celebrazione del processo con il rito alternativo e del fatto che il giudice ha ritenuto equivalenti all’aggravante della crudeltà le attenuanti generiche concesse per la confessione resa dall’imputato a suo tempo.
Il gup Alessandro Buzzegoli ha inoltre condannato l’imputato al pagamento dei danni alle parti civili, disponendo il pagamento di una provvisionale di 250.000 euro al marito della ragazza uccisa, Jamal Mouttadakkil, rappresentato dall’avvocata Pamela Bonaiuti, e di una di 40.000 euro al proprietario dell’abitazione distrutta dalle fiamme, rappresentato dall’avvocato Fausto Malucchi. Spetterà al giudice civile quantificare il risarcimento: un pro forma, visto che l’imputato è nullatenente.
«Aspettiamo la motivazione, ma si tratta di una pena equa, considerata anche la confessione – commenta a caldo l’avvocata Bonaiuti – Il gup ha inflitto d’altra parte una pena superiore ai 16 anni che aveva chiesto il pm, che secondo noi erano troppo pochi. Da questo punto di vista siamo soddisfatti».
L’avvocata dell’imputato, Chiara Demattè, attende di leggere le motivazioni della sentenza prima di commentare la decisione del giudice. «Naturalmente proporremo appello» anticipa.
Come detto, teatro dell’agghiacciante tragedia, fu il piccolo paesino collinare di Sammommè. Dove Hussain era arrivato a metà settembre, ospite come profugo nell’albergo Arcobaleno, e dove aveva stretto amicizia con Lamiae e Jamal. Forse nelle ore trascorse nella casa di via Valdi e Sammommè, in Hussain era maturata una passione che Lamiae non poteva e non voleva corrispondere. Una passione che forse quel pomeriggio aveva scatenato la sua furia, quando aveva aggredito la giovane donna. Prima picchiandola ripetutamente al volto, fratturandole uno zigomo, poi accoltellandola ad una mano, amputandole un dito. Lamiae si era difesa con le unghie, graffiandolo, ed era riuscita a divincolarsi e a rifugiarsi in bagno. Hussain aveva preso la bombola del gas che si trovava in cucina, l’aveva piazzata davanti alla porta del bagno, aveva aperto il rubinetto e aveva appiccato il fuoco con l’accendino a una sorta di torcia di carta piazzata lì sotto: non era più l’impeto a dettare le sue mosse, ma, come sottolineato dal pm Giuseppe Grieco nella sua requisitoria, la lucida volontà di distruggere tutto.
Per poi scappare in strada prima che l’abitazione si trasformasse in un inferno.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Un omicidio di una crudeltà inspiegabile per il quale, ieri mattina, davanti al gup del tribunale, Afzal Hussain, 30 anni, profugo pakistano, è stato condannato per rito abbreviato a 20 anni di reclusione, riconosciuto colpevole di aver ucciso Lamiae Chriqui, 28enne di origini marocchine, che da qualche anno, nella piccola frazione collinare, aveva iniziato una nuova vita assieme al marito. Una pena che è il risultato dello sconto di un terzo dovuto per la celebrazione del processo con il rito alternativo e del fatto che il giudice ha ritenuto equivalenti all’aggravante della crudeltà le attenuanti generiche concesse per la confessione resa dall’imputato a suo tempo.
Il gup Alessandro Buzzegoli ha inoltre condannato l’imputato al pagamento dei danni alle parti civili, disponendo il pagamento di una provvisionale di 250.000 euro al marito della ragazza uccisa, Jamal Mouttadakkil, rappresentato dall’avvocata Pamela Bonaiuti, e di una di 40.000 euro al proprietario dell’abitazione distrutta dalle fiamme, rappresentato dall’avvocato Fausto Malucchi. Spetterà al giudice civile quantificare il risarcimento: un pro forma, visto che l’imputato è nullatenente.
«Aspettiamo la motivazione, ma si tratta di una pena equa, considerata anche la confessione – commenta a caldo l’avvocata Bonaiuti – Il gup ha inflitto d’altra parte una pena superiore ai 16 anni che aveva chiesto il pm, che secondo noi erano troppo pochi. Da questo punto di vista siamo soddisfatti».
L’avvocata dell’imputato, Chiara Demattè, attende di leggere le motivazioni della sentenza prima di commentare la decisione del giudice. «Naturalmente proporremo appello» anticipa.
Come detto, teatro dell’agghiacciante tragedia, fu il piccolo paesino collinare di Sammommè. Dove Hussain era arrivato a metà settembre, ospite come profugo nell’albergo Arcobaleno, e dove aveva stretto amicizia con Lamiae e Jamal. Forse nelle ore trascorse nella casa di via Valdi e Sammommè, in Hussain era maturata una passione che Lamiae non poteva e non voleva corrispondere. Una passione che forse quel pomeriggio aveva scatenato la sua furia, quando aveva aggredito la giovane donna. Prima picchiandola ripetutamente al volto, fratturandole uno zigomo, poi accoltellandola ad una mano, amputandole un dito. Lamiae si era difesa con le unghie, graffiandolo, ed era riuscita a divincolarsi e a rifugiarsi in bagno. Hussain aveva preso la bombola del gas che si trovava in cucina, l’aveva piazzata davanti alla porta del bagno, aveva aperto il rubinetto e aveva appiccato il fuoco con l’accendino a una sorta di torcia di carta piazzata lì sotto: non era più l’impeto a dettare le sue mosse, ma, come sottolineato dal pm Giuseppe Grieco nella sua requisitoria, la lucida volontà di distruggere tutto.
Per poi scappare in strada prima che l’abitazione si trasformasse in un inferno.
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