«Cassero, gestione illegale anche dopo l’incendio»
Conclusa la seconda tranche della perizia disposta dalla procura sulla discarica Niente sarebbe cambiato dal giorno del rogo a quello del sequestro penale
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CASALGUIDI. Negli otto mesi passati dall’incendio al sequestro niente è cambiato. Pistoiambiente ha continuato sostanzialmente ad operare con le stesse modalità. Almeno secondo i consulenti tecnici incaricati di eseguire una seconda tranche di perizia sulla discarica del Cassero, la cui attività è stata bloccata dalla procura di Pistoia dal 4 marzo scorso, nell’ambito dell’inchiesta aperta dopo il rogo divampato nell’impianto il 4 luglio precedente, esattamente un anno fa.
Inchiesta che vede indagati il presidente dell’azienda, Alfio Fedi, e il direttore tecnico dell’impianto, Michele Menichetti, a cui il pm Luigi Boccia contesta di aver consentito che in discarica finissero rifiuti con concentrazioni di idrocarburi pesanti notevoli, o con polveri di alluminio (che al contatto con l’acqua generano gas altamente infiammabili) che, per legge e in base all’autorizzazione ambientale, non avrebbero dovuto essere accolti.
E questo sia perché le analisi che accompagnavano i carichi in arrivo di rifiuti classificati come non pericolosi non erano complete, con l’esplicita esclusione nella scheda di sostante a rischio; sia perché per alcune tipologie di rifiuti classificati come pericolosi l’assegnazione della classe di pericolo non era avvenuta sulla base della loro reale composizione ma, secondo la procura, in modo del tutto arbitrario e privo di fondamento scientifico. Ulteriore rilievo, quello sui rifiuti provenienti da impianti di gestione intermedia: secondo la procura, data la composizione variabile di vari carichi, per accoglierli in discarica non ci si sarebbe dovuti basare sulla caratterizzazione di base presentata annualmente dal produttore: tanto più che in diversi casi – viene contestato – le analisi di verifica effettuate da Pistoiambiente avrebbero evidenziato che i rifiuti conferiti presentavano caratteristiche differenti rispetto a quelli sottoposti ad omologa, tranne rari casi.
Secondo i consulenti del pm queste modalità di gestione dell’impianto sarebbero state seguite dal 2013 al 4 luglio 2016, giorno dell’incendio. E, al termine della seconda tranche della perizia, ritengono adesso che sarebbero rimaste le stesse anche in seguito, fino al giorno il cui la procura aveva sequestrato l’impianto, proprio per evitare il rischio di reiterazione dei reati ipotizzati: quello relativo alla violazione del testo unico su ambiente e gestione dei rifiuti e quello di incendio colposo. Non solo un rischio evidentemente, alla luce delle nuove conclusioni dei periti.
Secondo i quali, ricordiamo, nel periodo 2013-2016 sarebbero state smaltite al Cassero dalle 3,4 alle 1.265 tonnellate di idrocarburi pesanti. E dalle 229 alle 5.804 tonnellate di alluminio. Per una gestione, secondo loro, portata avanti con «una reiterata violazione delle norme legislative e regolamentari». Che, assieme alla carenza di adeguati controlli avrebbe «determinato la presenza di una miscela di sostanze, proveniente da rifiuti pericolosi e non pericolosi» che avrebbe poi avuto un ruolo determinante nell’incendio. E che, soprattutto, a causa della ridotta conoscenza della tipologia di quei rifiuti e della loro non corretta classificazione, avrebbe «posto un’ipoteca non sanabile» sulla discarica del Cassero.
Massimo Donati
Inchiesta che vede indagati il presidente dell’azienda, Alfio Fedi, e il direttore tecnico dell’impianto, Michele Menichetti, a cui il pm Luigi Boccia contesta di aver consentito che in discarica finissero rifiuti con concentrazioni di idrocarburi pesanti notevoli, o con polveri di alluminio (che al contatto con l’acqua generano gas altamente infiammabili) che, per legge e in base all’autorizzazione ambientale, non avrebbero dovuto essere accolti.
E questo sia perché le analisi che accompagnavano i carichi in arrivo di rifiuti classificati come non pericolosi non erano complete, con l’esplicita esclusione nella scheda di sostante a rischio; sia perché per alcune tipologie di rifiuti classificati come pericolosi l’assegnazione della classe di pericolo non era avvenuta sulla base della loro reale composizione ma, secondo la procura, in modo del tutto arbitrario e privo di fondamento scientifico. Ulteriore rilievo, quello sui rifiuti provenienti da impianti di gestione intermedia: secondo la procura, data la composizione variabile di vari carichi, per accoglierli in discarica non ci si sarebbe dovuti basare sulla caratterizzazione di base presentata annualmente dal produttore: tanto più che in diversi casi – viene contestato – le analisi di verifica effettuate da Pistoiambiente avrebbero evidenziato che i rifiuti conferiti presentavano caratteristiche differenti rispetto a quelli sottoposti ad omologa, tranne rari casi.
Secondo i consulenti del pm queste modalità di gestione dell’impianto sarebbero state seguite dal 2013 al 4 luglio 2016, giorno dell’incendio. E, al termine della seconda tranche della perizia, ritengono adesso che sarebbero rimaste le stesse anche in seguito, fino al giorno il cui la procura aveva sequestrato l’impianto, proprio per evitare il rischio di reiterazione dei reati ipotizzati: quello relativo alla violazione del testo unico su ambiente e gestione dei rifiuti e quello di incendio colposo. Non solo un rischio evidentemente, alla luce delle nuove conclusioni dei periti.
Secondo i quali, ricordiamo, nel periodo 2013-2016 sarebbero state smaltite al Cassero dalle 3,4 alle 1.265 tonnellate di idrocarburi pesanti. E dalle 229 alle 5.804 tonnellate di alluminio. Per una gestione, secondo loro, portata avanti con «una reiterata violazione delle norme legislative e regolamentari». Che, assieme alla carenza di adeguati controlli avrebbe «determinato la presenza di una miscela di sostanze, proveniente da rifiuti pericolosi e non pericolosi» che avrebbe poi avuto un ruolo determinante nell’incendio. E che, soprattutto, a causa della ridotta conoscenza della tipologia di quei rifiuti e della loro non corretta classificazione, avrebbe «posto un’ipoteca non sanabile» sulla discarica del Cassero.
Massimo Donati
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