Femminicidio di Sammommè: uccisa con crudeltà e per motivi abietti
Pistoia, chiesto il rinvio a giudizio del pakistano che ha assassinato dando fuoco alla sua casa la giovane che lo aveva respinto
PISTOIA. Nessuna attenuante per quella sua crudeltà. Neppure quella di essere stato spinto dalla rabbia, per non essere riuscito a riavere dalla vittima il proprio passaporto. Una menzogna secondo il pm: voleva uccidere per motivi abietti, e quel giovedì sera lo ha fatto in un modo che, sapeva, avrebbe causato sofferenze atroci. E per questo il sostituito procuratore Giuseppe Grieco ha chiesto il rinvio a giudizio per il reato di omicidio volontario aggravato.
Afzal Hussain, 30enne profugo pakistano, è in carcere dallo scorso 7 ottobre, con l’accusa di aver ucciso, dando fuoco alla stanza in cui si era rifugiata, Lamiae Chriqui, 28 anni. Unica colpa della giovane donna di origini marocchine era stata, secondo gli inquirenti, quella di non aver ceduto alle avanche di quell’uomo che lei e il marito consideravano un amico. Il pm titolare dell’inchiesta ha inviato nei giorni scorsi la richiesta di rinvio a giudizio all’ufficio gup del tribunale, che adesso dovrà fissare la data dell’udienza preliminare. L’imputato, che rischia la pena dell’ergastolo, è accusato anche di incendio doloso.
Teatro dell’agghiacciante tragedia, il piccolo paesino collinare di Sammommè. Dove Hussain era arrivato a metà settembre, ospite nell’albergo Arcobaleno di Sammommè. Lì non aveva legato in modo particolare con gli altri richiedenti asilo, mentre aveva stretto amicizia con Lamiae Chriqui e Jamal Mouttadakkil, 48 anni, moglie e marito marocchini, in Italia ormai da diversi anni e come lui musulmani.
Il trentenne pakistano portava ogni tanto qualche pasto destinato ai profughi dell’albergo a casa della coppia, e Mouttadakkil si faceva dare da lui una mano a raccogliere e scaricare il ferro, occupazione da cui il giovane ricavava qualche spicciolo da spendere in città. Nelle ore trascorse nella casa di via Valdi e Sammommè, in Hussain era però maturata una passione che Lamiae non poteva e non voleva corrispondere.
Una passione che – in base alla ricostruzione degli investigatori della Squadra mobile e della procura – il 6 ottobre 2016 aveva scatenato la sua furia, quando, dopo essere stato respinto, aveva aggredito la giovane donna. Prima picchiandola ripetutamente al volto, poi accoltellandola ad una mano, quasi amputandole un dito. Lamiae si era difesa con le unghie, graffiandolo, ed era riuscita a divincolarsi e a rifugiarsi in bagno. E a chiudersi dentro a chiave: una trappola in cui, da lì a poco, sarebbe morta asfissiata.
Con il cellulare, era riuscita sì a comporre il numero dei carabinieri, per chiedere aiuto, ma le parole le erano uscite di bocca troppo velocemente, in un italiano alterato dal terrore e dalla non perfetta padronanza della lingua: «Aiuto, aiuto, mi ha tagliato un dito». Una telefonata che non l’aveva salvata ma che si era poi rivelata fondamentale per mettere gli inquirenti sulla pista giusta.
Nel frattempo, accecato dalla rabbia, Afzal Hussain aveva preso la bombola del gas che si trovava in cucina, l’aveva piazzata davanti alla porta del bagno, aveva aperto il rubinetto e aveva appiccato il fuoco con l’accendino. Puntando il getto di fiamma contro la porta in legno. E scappando in strada prima che l’abitazione si trasformasse in un inferno. Credendo di passare inosservato: una vicina di casa l’aveva visto – e poi riconosciuto – e anche un profugo ospite dell’albergo. Hussain inoltre aveva anche provato a sviare i sospetti dalla sua persona: era stato lui a telefonare al marito della sua vittima, a dirgli che la casa stava andando a fuoco. E aveva finto di prendere parte ai soccorsi: in realtà, secondo la procura, si era solo affacciato alla finestra del bagno in cui Lamiae stava morendo, senza neppure tentare di sfondarla con la fioriera che un vicino gli aveva appositamente dato.
Contraddizioni, testimonianze, i graffi sul corpo causati dalla giovane donna nel tentativo di difendersi... Afzal Hussain, inizialmente sentito dalla polizia come persona informata sui fatti, si era poi trasformato in sospettato di omicidio. Ed era stato arrestato dopo ore di interrogatorio davanti al capo della Mobile, Antonio Fusco. Dopo un’iniziale confessione poi ritrattata davanti al gip e rinnovata in un successivo interrogatorio davanti al pm. In cui aveva sostenuto di aver perso la testa perché Lamiae non gli voleva rendere il passaporto che, a suo dire, gli aveva “confiscato” per via di un debito.
Una menzogna, come detto, secondo la procura.
Il giorno prima della furia omicida che aveva spezzato per sempre la vita di Lamiae Chriqui, la commissione territoriale aveva respinto la richiesta di protezione internazionale avanzata da Hussain: le motivazioni addotte nella richiesta non rientravano tra quelle previste per ottenere lo stato di rifugiato internazionale. Il giovane aveva raccontato infatti di essere stato denunciato e anche minacciato di morte dal suo ex datore di lavoro, in Pakistan, perché 13 ettari di terreno coltivati a grano di proprietà di quest’ultimo erano finiti in fiamme, bruciati in un incendio provocato da Hussain. Un incendio accidentale secondo il 30enne pakistano, doloso secondo il suo titolare. Ecco dunque il lungo viaggio dal Pakistan, attraverso la Grecia e la Macedonia, fino all’Italia, per fuggire da quella minaccia di morte. E l’arrivo a Pistoia, l’11 settembre del 2015.
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