Il presidio
Palpeggiò una sua alunna in classe: 6 anni
Pistoia, pesante condanna per il professore accusato di violenza sessuale nei confronti di una diciassettenne di cui si era invaghito
PISTOIA. Lui 54 anni, lei 17. Né il primo né l’ultimo caso di un professore che perde la testa per una sua alunna. Mesi di allusioni in chat, anche molto esplicite, di un corteggiamento più da adolescente che da uomo adulto, ma soprattutto, quella mano che, durante un compito in classe, sale dalla coscia della ragazza per arrivare a palparle il sedere. Un gesto, compiuto quella mattina del 14 dicembre del 2011 di fianco alla cattedra, che ieri è costato la condanna a 6 anni di reclusione all’ex insegnante di un istituto tecnico pistoiese, rimosso dall' incarico e allontanato dalla scuola dopo il rinvio a giudizio chiesto ed ottenuto dal pm Giuseppe Grieco, titolare delle indagini. Violenza sessuale il reato contestato all’uomo, di cui non pubblichiamo il nome (così come quello della scuola) per non rendere identificabile la giovane vittima.
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Al termine di una camera di consiglio durata poco più di mezz’ora, il tribunale collegiale di Pistoia (Luca Gaspari presidente, Patrizia Martucci e Daniela Bizzarri a latere), poco dopo le 19,30 di ieri lo ha condannato anche alla pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici e da qualunque incarico in qualsiasi scuola, oltre al pagamento di una provisionale di 6.000 euro in vista del risarcimento danni alla ragazza (rappersentata nel processo dall’avvocato Elisabetta Vinattieri), da quantificare in sede civile.
Alla lettura della sentenza di condanna (andata ben oltre le aspettative della parte offesa: il pm Grieco aveva chiesto 2 anni di reclusione), l’allora studentessa è scoppiata in un pianto liberatorio, dopo la visibile tensione accumulata nel corso dell’arringa degli avvocati difensori, che hanno sostenuto la tesi di una parte attiva della ragazza nell’incoraggiare e fomentare la passione (certamente esecrabile) del professore nei suoi confronti. I due legali (Giada Maggini e Lorenzo Zilletti), per sostenere la loro tesi hanno dato lettura in aula di tante conversazioni avvenute in chat su Facebook, sostendendo che le frasi e le emoticon utilizzate dalla ragazza non erano certo quelle di una vittima che, dal giorno in cui sarebbe stata palpata in classe, viveva nella vergogna e nella paura: insomma, la sua denuncia di quel presunto palpeggiamento (unico episodio penalmente perseguibile) sarebbe stata la reazione di un’adolescente ferita quando il 12 gennaio successivo il professore, presa coscienza della gravità di ciò che stava facendo, aveva deciso di porre fine a quella relazione tanto platonica quanto moralmente (e solo moralmente) condannabile.
Vergogna e paura ha ribadito il pm nella sua replica. Vergogna di confidare quelle cose in famiglia, paura, non di chattare, ma che se non avesse continuato ad assecondarlo in quelle conversazioni il professore avrebbe potuto fargliela pagare a scuola. E per questo, anche il giorno stesso del palpeggiamento in classe, aveva continato a chattare con il professore facendo finta di nulla.
Il pm ha incentrato la sua requisitoria su due elementi per chiedere la condanna dell’imputato. La ricostruzione della personalità del professore: un insegnante bravo ma tutt’altro che professionale e distaccato, soprattutto con le sue alunne (con una sua ex studentessa aveva avuto una relazione quando lei aveva 21 anni e lui 46), a cui offriva passaggi a casa dopo le cene di classe... E, il secondo elemento, la mancanza di un qualunque interesse da parte della ragazza di denunciare un qualcosa di falso per danneggiare un professore di cui, tra l’altro, era la pupilla e da cui riceveva aiuti anche nei compiti in classe.
«In base a questi elementi, quel gesto confermato da due testimoni possiamo attribuirlo ad un professore con quella determinata personalità» ha chiesto il pm. Affermativa la risposta del tribunale.
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