Il Tirreno

Pistoia

«Noi, la gente dei capannoni che si scalda con le candele» - Video

di Eleonora Ferri
«Noi, la gente dei capannoni che si scalda con le candele» - Video

Pistoia, parlano alcuni senzatetto che vivono nelle ex fabbriche attorno alla stazione Otto alle Martinelli, altri 15 alle ex Filerie. Ma capita anche di dormire sui vagoni

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PISTOIA. Qualche cartone ammassato negli angoli, pavimenti usati come bagni, niente luce, niente acqua, nessun tipo di riscaldamento e il rischio di morire di freddo, sotto la morsa del gelo invernale, ogni notte.

«Io dormo in strada, adesso in un capannone qui sui binari del treno» racconta il trentatreenne pistoiese Marco, nome di fantasia per proteggere la sua identità, mentre indica l'ex fabbrica Martinelli. «Lì siamo in tutto in otto a dormirci, mentre invece nel capannone dietro la stazione di Pistoia sono una quindicina».

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I più fortunati infatti si sono accaparrati un posto per dormire sotto i fatiscenti tetti degli ex capannoni industriali, come l'ormai famoso ex Martinelli in via Ciliegiole. Oppure il capannone delle ex Filerie che si trova a sud della stazione di Pistoia. Una vera e propria «città nella città - raccontano - è enorme, immenso e ci vivono una quindicina di persone, forse anche di più, nelle stanze abbandonate, per terra fra i rifiuti e i cartoni. Alcuni pavimenti sono i “bagni”. Stanze anche chiuse a chiave, ricoveri di fortuna, anfratti nel buio».

Qui, in questa città nascosta dietro la stazione ferroviaria di Pistoia, le persone spesso giudicate "irrecuperabili" sopravvivono. «Nel capannone – racconta ancora Marco – stiamo in un stanza, e se siamo in tre fa più caldo, magari con qualche candela sparsa per la stanza bene o male ci riscaldiamo un po'... non tanto».

La vita nei capannoni e la vita in strada è difficile. «Nei capannoni non si vive una situazione di amicizia o alleanza - spiega Marco - si vive più una situazione di disagio, però ognuno ruba all'altro, cioè si rubano l'un l'altro perché dove stiamo noi per esempio non entra nessuno, chiudiamo la stanza con i catenacci».

Mentre invece chi dorme nel grande capannone delle ex Filerie dietro la stazione non è così fortunato: lì, se vuoi mantenere il tuo posto per dormire, devi rimanerci. «Molti non vanno nelle strutture di accoglienza proprio perché hanno paura di perdere il loro posto - spiegano un ragazzo e una ragazza che dormono per strada - cioè, se vanno a dormire anche un mese all'albergo popolare, poi tornano fuori per strada e qualcuno ha preso il loro posto nel capannone e si ritrovano a dover cercare un'altra sistemazione».

Dormire nel capannone vuol dire dormire al riparo dalla pioggia, sotto un tetto, seppur fatiscente e pericoloso. La paura di perdere un angolo di un pavimento dove sono ammucchiati i propri cartoni per passare la notte è uno dei motivi che spinge alcune di queste persone a non rivolgersi ai centri d'accoglienza. «Io per esempio non vado a dormire all'albergo popolare o alla Caritas perché non ho un documento, e dopo una volta che ti accolgono se non hai il documento di identità non ti fanno accedere al servizio, dovrei rifarla ma non riesco» spiega Marco.

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Ma non tutti vogliono o possono essere aiutati. «Altri ancora non entrano a dormire nei centri di accoglienza perché magari hanno in borsa la bottiglia del vino, o arrivano a chiedere ospitalità “fatti” e non possono essere inseriti in un contesto con altre persone, rischiano di fare risse o essere pericolosi».

Fra queste persone sono aumentate le persone nate in Italia che, come documentato dal dossier della Caritas di Pistoia, non hanno una casa. «Non ci sono posti liberi per dormire nelle strutture, io devo andare a dormire nel vagone del treno stanotte, e pensi che dovevo avere una pensione» si lamenta Giorgio (nome di fantasia anche questo), una settantina di anni e anche lui in strada.

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Questa la situazione delle persone che a Pistoia dormono al gelo e che fin ora sono riuscite a sopravvivere. «I volontari qui alla stazione (dell'associazione Raggi di Speranza in stazione, ndr) ci danno delle coperte e con quelle riesco a stare un po' più caldo» racconta Marco. In prima linea e decisivo per la sopravvivenza di queste persone è infatti il lavoro dei volontari dell'associazione, che sfama e cerca di dare aiuti di primo soccorso. «Io sto cercando di ottenere la casa popolare - aggiunge Marco - per cercare di fare meglio».

Sono quasi le nove di sera e il freddo è pungente nei dintorni della stazione: «È l'ora di andare».

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