Il Tirreno

Pistoia

Accusa l’amico morto, ma non era vero

di Pasquale Petrella

Secondo il giudice fu Jeremy Baroni a provocare l’incidente che costò la vita a Luca Santarini e lo condanna a due anni

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PISTOIA. «Questa sentenza rende giustizia a noi e a nostro figlio e mette fine al tormento che ci portiamo dentro da cinque anni e mezzo». Olga e Daniele Santarini hanno commentato così, a caldo, la sentenza del giudice Gianluca Mancuso che ha deciso dando credito alla loro verità, ovvero che il loro unico figlio Luca (26 anni), quella maledetta notte del 2 giugno del 2011, ha perso la vita in via Ciliegiole, nel cosiddetto “curvone della morte” come passeggero e non come autista della Mazda cabrio che uscì di strada ribaltandosi e provocando la tragedia che gli costò la vita. A pagare per quell’incidente è stato chiamato l’altro giovane, Jeremy Baroni oggi trentaseienne, che era con Luca nell’auto e che è stato condannato a due anni di reclusione, alla sospensione della patente di guida per due anni, al pagamento delle spese processuali oltre al pagamento di una provvisionale di diecimila euro a Lucia e Dario, i nonni di Luca, costituitisi parte civile, tramite l’avvocato Maurizio Briganti del foro di Prato.

Un processo lungo e tormentato con vari colpi di scena, a cominciare da quello che avvenne il giorno dopo la disgrazia: l’altro giovane che era insieme a Luca, e che ieri il giudice Mancuso ha stabilito che fosse il guidatore della Mazda, cambiò la sua prima versione che aveva dichiarato ai soccorritori, e mise nero su bianco che a guidare la macchina era Luca. Una versione che non convinse né i familiari di Luca né gli inquirenti. Nacque così il procedimento che portò Jeremy Baroni, ad essere indagato per omicidio colposo pluriaggravato. Le aggravanti erano dettate dal fatto che l’auto era senza assicurazione e per giunta sottoposta a fermo amministrativo al momento dell’incidente.

Il processo non è stato affatto facile perché, non essendoci stati testimoni – un vigilantes della Breda sopraggiunse quando ormai l’auto si era già capottata e Baroni stava cercando di estrarre l’amico da sotto l’auto – si è basato quasi tutto sulle perizie mediche e balistiche. I medici patologi Alberto Albertacci per la procura e Giuseppe Begliomini per la parte civile si sono occupati di relazionare sulle ferite riportate dai due giovani e sulle cause che potessero averle provocate. Esiti che avevano portato a stabilire che Luca Santarini non poteva che trovarsi sul lato passeggero. Ma era un esito che contrastava con quello del perito dell’imputato che era giunto a conclusioni completamente opposte, ricevendo peraltro le dure critiche in fase di arringa da parte dell’avvocato Briganti, che gli ha contestato di aver scritto una perizia con bibliografie assolutamente non pertinenti al caso specifico. Nella penultima udienza il pubblico ministero Luciano Padula, che aveva ereditato il fascicolo da Francesco Sottosanti, aveva chiesto l’assoluzione di Baroni per insufficienza di prove. In quella occasione però il giudice, ricevendo le corpose memorie difensive delle parti, le aveva invitate ad una riflessione e alla nuova data di ieri per le eventuali repliche. E ieri è arrivato il nuovo colpo di scena: a sostenere l’accusa si è presentato il sostituto procuratore della Repubblica Giuseppe Grieco che, ha tenuto a sottolineare di aver discusso la sua linea da tenere in aula direttamente col procuratore capo, Paolo Canessa. «Rivendicando il diritto di poter cambiare idea sia per l’innocenza che per la colpevolezza di un imputato – ha esordito il pm Grieco - Dopo aver riletto le memorie presentate dalle parti ritengo raggiunta la certezza assoluta che sia stato l’imputato a guidare l’auto e che quindi sia responsabile di omicidio colposo pluriaggravato. La mia convinzione nasce soprattutto dal fatto che preso atto che sulla perizia delle cinture di sicurezza esaminate sull’auto da cui risulta pacifico che quella del guidatore risultava non essere stata utilizzata, mentre quella del guidatore sì. Preso atto che solo la vittima presentava lesioni al busto dovute allo strattonamento delle cinture dopo l’impatto, non si può che arrivare alla conclusione che a guidare fosse l’imputato e quindi chiedo per lui 4 anni di reclusione».

«I genitori di Luca hanno preferito far costituire i nonni come parte civile – dice l’avvocato Briganti – Perché non volevano assolutamente che si pensasse che lo scopo di questo processo fosse la richiesta risarcitoria. Volevano la verità su come è morto loro figlio e adesso possono essere soddisfatti».

La nuova conclusione del pubblico ministero ha però colto assolutamente di sorpresa la difesa dell’imputato che ha cercato di ribattere sulla correttezza delle conclusioni del proprio perito e non è difficile prevedere un appello della sentenza non appena verranno note le motivazioni.

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