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Scontro al processo Untouchables: «Contro Evangelisti prove raccolte aggirando le leggi»
Inutilizzabili secondo l’avvocato dell’ex dirigente comunale le intercettazioni ambientali Frecciate contro i metodi usati dalla polizia giudiziaria durante le indagini
PISTOIA. Una bellissima sceneggiatura, certo. Ma come in un film, senza alcun riferimento, se non casuale, a persone esistenti o a fatti realmente accaduti. E questo fumo di accuse sollevato dal pm nel corso del processo niente ha a che fare con le puntuali contestazioni contenute nei capi di imputazione. Contestazioni sostenute, tra l’altro, da elementi di prova raccolti dalla polizia giudiziaria aggirando leggi e procedure penali, così da renderli inutilizzabili.
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È stata l’arringa fiume del difensore dell’ex dirigente dell’ufficio Lavori pubblici del Comune di Pistoia, Marcello Evangelisti, a chiudere di fatto, giovedì 5 gennaio, il processo Untochables sugli appalti pilotati in provincia. L’avvocato Giuseppe Castelli non ha risparmiato né pubblico ministero né investigatori, e neppure i giudici del tribunale per le loro decisioni in merito all’ammissibilità delle intercettazioni ambientali portate in dibattimento. Ritenute, appunto, viziate dai metodi seguiti in fase di indagine, ritenuti dal legale poco ortodossi.
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Per l’ex dirigente comunale, il pm Francesco Sottosanti ha chiesto la condanna a 13 anni e 4 mesi di carcere. Associazione a delinquere, corruzione e turbata libertà degli incanti i reati contestati ad Evangelisti, accusato di essere l’uomo delle tangenti, colui che pretendeva il due per cento dell’importo dei lavori per far assegnare all’azienda di turno un determinato appalto. E, oltre ai soldi, di ricevere come tornaconto dagli imprenditori favoriti altre regalie: pranzi, cene, viaggi, materiali edili e lavori gratuiti per interventi di ristrutturazione nella sua abitazione.
Di fronte a tutte queste accuse, l’avvocato Castelli ha esortato i giudici del tribunale ad attenersi ai fatti e non al film, ai capi di imputazione e non al generico polverone accusatorio sollevato durante il centinaio di udienze del processo.
«In maniera suggestiva – ha esordito l’avvocato – nella sua requisitoria il pm ci ha detto che il processo era già tutto nelle intercettazioni, che le successive dichiarazioni orali non sono di fatto servite a nulla, che già al momento delle misure cautelari tutto era già scritto». Ma Castelli ritiene che «evidentemente le cose non erano poi così chiare» , visto che anche dopo la richiesta di giudizio immediato cautelare che ha portato a questo processo, nei confronti dei soli indagato sottoposti a misure restrittive, le indagini sono andate avanti.
Portando alla luce altri elementi, altre accuse, che però nei capi d’imputazione di cui Evangelisti è chiamato a rispondere non compaiono. «Le contestazioni da cui oggi ci dobbiamo difendere rimangono quelle della richiesta di giudizio immediato».
L’ex dirigente è accusato di far parte dell’associazione a delinquere che aveva come fine l’accordo per la spartizione degli appalti pubblici. Ma in nessun capo d’imputazione viene contestato a Evangelisti di intrattenere rapporti con colui che è considerato il promotore e l’organizzatore di tale associazione, Roberto Riccomi. «Mentre a tutti gli altri amministratori pubblici e imprenditori ritenuti partecipi viene contestato. Secondo la pubblica accusa io con il promotore non ho rapporti! Una contestazione quindi che con l’associazione a delinquere a ben poco a che fare».
Tanto fumo, tanto polverone anche per quanto riguarda le modalità in cui sarebbe avvenuta la corruzione. «Nel processo si è parlato tanto di viaggi ripetutamente offerti, di sponsorizzazioni alle squadre di calcio, di contributi per il Luglio pistoiese: ma nelle imputazioni non è mai contestato. Un polverone per far intendere che è tutto marcio. Può essere anche tutto marcio, ma voi vi dovete confrontare solo con il capo d’imputazione» ha detto l’avvocato rivolgendosi ai giudici.
Per poi passare a scoccare frecce contro la polizia giudiziaria, contro indagini partite «da un pregiudizio: Evangelisti, nel suo ufficio di via 27 Aprile, nella sua stanzina di vicolo Taverna, tramava, sistemava tutto, faceva bandi, ne sceglieva i criteri... Ma tutto il resto della macchina amministrativa dov’era? Non interessa».
Così come, secondo il legale, non interessava il rispetto del codice di procedura penale nel dare il via a pedinamenti e intercettazioni. Né il rispetto dei diritti della difesa: «Delle riprese video degli incontri esterni è stato buttato via tutto. Ma chi sono per decidere a loro insindacabile giudizio quali fotogrammi estrapolare? Qui non si parla di smarrimento di prove ma di deliberata eliminazione di prove, che non possono essere surrogate dalle dichiarazioni di queste persone davanti a voi».
Diritti calpestati anche nella vicenda delle intercettazioni video nell’ufficio privato di vicolo Taverna: le registrazioni dovevano essere fatte con impianti della procura installati in procura, e non in questura, pena l’inutilizzabilità di tali prove.
Intercettazioni ambientali comunque viziate all’origine secondo l’avvocato Castelli, in quanto autorizzate senza il presupposto previsto dal codice: che in quella stanza si stesse svolgendo un’attività criminosa, «ma fino a quel momento non era emerso assolutamente nulla». E dalle testimonianze in aula degli investigatori, l’avvocato ritiene sia emerso il vero motivo per il quale i poliziotti entrarono nell’ufficio di Evangelisti: non piazzare telecamera e microfono, ma eseguire senza autorizzazione delle perquisizioni: «Quindi un’altra attività inutilizzabile, se non nulla. Le regole devono essere rispettate da tutti, anche dalle forze dell’ordine».
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