Corsi di italiano, calcio e un orto biologico
Pistoia, la parrocchia di Ramini, dove sono ospitati 23 giovani africani, è un piccolo modello d’integrazione
PISTOIA. Tre ore quotidiane di corso di italiano, con operatori e volontari. Lettura dei quotidiani locali. Progetti culturali con gli studenti del liceo scientifico Amedeo di Savoia. Calcio con la società sportiva di Ramini, feste e momenti ricreativi, e un progetto in via di definizione. L’orto biologico – circa 20.000 metri quadri - che vedrà la luce nei primi mesi del 2017 nei terreni vicini alla parrocchia di Ramini. Campi fino a qualche anno fa destinati alle coltivazioni dei vivai e che saranno riconvertiti all’agricoltura tradizionale. Un’attività preziosa che servirà a insegnare un mestiere.
A raccontare i progetti è don Massimo Biancalani. Parroco di Vicofaro e Ramini che, insieme a don Alessandro Carmignani, parroco di Marliana, ha dato vita dal marzo scorso a un progetto di prima accoglienza di migranti nella provincia di Pistoia, grazie al sostegno dell’associazione Virgilio - città libera presieduta da Alessandro Vivarelli. Una formula di accoglienza che si affianca a quella gestita nel territorio dalla cooperativa Co&so – cui fanno capo realtà come Gli Altri, Arké e Pantagruel - Arci e Misericordia. Coordinate dalla Prefettura di Pistoia. Trenta i posti a disposizione nelle tre strutture delle due parrocchie e ventitre i ragazzi – anche giovanissimi – che hanno trovato accoglienza da don Massimo e don Alessandro. Ragazzi che arrivano da paesi sud sahariani del continente africano – Nigeria, Senegal, Gambia, Mali, Ciad – di un’età compresa fra i 18 e i 27 anni, e che parlano inglese e francese. Per loro sono già state avviate le procedure per la richiesta del riconoscimento di rifugiato, status che permette l'ottenimento del permesso di soggiorno e l'ingresso nella seconda fascia di accoglienza Sprar.
«Ci sono persone che scappano dalla guerra o dalle violenze che martoriano il loro paese – spiega don Massimo – C’è chi scappa perché minacciato, poiché oppositore politico del regime che governa la loro nazione. C’è chi, invece, scappa perché non ha prospettive e spera in un futuro migliore. Storie diversissime tra loro, ma con un aspetto comune. Sono tutti ragazzi che partono da soli, lasciando le loro famiglie». «Questa esperienza di accoglienza - prosegue don Massimo - è una preziosa occasione di scambio e confronto per tutti. E i parrocchiani sono i primi a esserne coinvolti. Il progetto è nato dopo l'appello in cui papa Francesco chiedeva alle parrocchie di aprirsi e garantire accoglienza. Noi lo abbiamo fatto, convinti che sia la cosa giusta. L'auspicio è che molti altri ci seguano».
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