Italia
Vasco, la memoria dei ghiacciaioli
Nei ricordi di Vivarelli un’epoca che ha segnato Le Piastre: «Il ghiaccio dava lavoro a tanti in paese»
LE PIASTRE. Non sono favole quelle che si sentono raccontare da Vasco Vivarelli ma realtà. Una realtà che dista un secolo ma che il progresso degli ultimi anni porta alla notte dei tempi. Eppure è la storia dei nostri nonni. Si tratta dei ghiacciaioli e delle ghiacciaie naturali, numerose a Le Piastre alla fine dell'Ottocento e fino agli anni ’40 del Novecento.
Vasco Vivarelli, 95 anni autotrasportatore in pensione, è l'ultima memoria storica di quel mestiere. Una persona che ha visto anche il passaggio dal ghiaccio naturale a quello industriale. Un mestiere duro e faticoso. E Le Piastre ne sa qualcosa. E forse anche di più, visto che un tempo la frazione montana di Pistoia era considerata quasi la “capitale del ghiaccio”.
Ma nonno Vasco c'era. Bambino, chiaramente, ma già aiutante in quella fabbrica di ghiaccio nella “sua ghiacciaia Piccioli”, dalla quale la famiglia traeva il suo guadagno. Bisogna salire a Case Marconi per trovare Vasco e fermare il tempo. «Ero bambino -ci racconta - quando andavo ad aiutare alla ghiacciaia di Piccioli. In zona ve ne erano numerose, perché rappresentavano una grande industria.
Io facevo piccoli lavori, quello che potevo fare per l'età che avevo. Ma mi ricordo bene tutto il processo. I comparti del ghiaccio erano formati da gore, laghi e ghiacciaie. Le prime portavano l'acqua dal fiume al lago attraverso un sistema di calle, i secondi erano dei veri e propri laghi dove l'acqua ghiacciava, grazie alle temperature basse e alla scarsa insolazione».
Le ghiacciaie invece erano delle strutture in sassi con tetto (solitamente in paglia di segale come la Madonnina ndr ) oppure a cielo aperto che ospitavano le stanghe di ghiaccio pronte per essere vendute. L'acqua che arriva nel lago, grazie alle temperature basse e alla scarsa insolazione, iniziava a ghiacciarsi.
Il capolago, solitamente l'anziano più esperto, controllava lo spessore dello strato di ghiaccio e una volta raggiunto i 20-25 cm si avviava la fase della levata.
Creava con una palamina di ferro dei fori, altri ghiacciaioli andavano a scalfire ulteriormente la lastra di ghiaccio, inclinando a destra e sinistra la palamina all'interno del foro creato dal capolago.
In questo modo spaccavano la lastra di ghiaccio in lastre più piccole dette barconi perché galleggiavano sull'acqua. Due o tre ghiacciaioli salivano sul barcone e grazie al rampino si spingevano verso la parte del lago più vicina alla ghiacciaia.
Qui altri spaccavano con vanghe da ghiaccio il barcone in lastre più piccole e iniziava la fase della rimessa. «In ghiacciaia -prosegue Vivarelli- veniva disposto a strati e tra uno strato e un altro venivano messe foglie secche».
Al momento in cui committenti richiedevano il ghiaccio le stanghe venivano avvolte da iuta bagnata, caricate su barrocci trainati da cavalli e portate le città. Poi con l'avvento della ferrovia Porretta-Pistoia i barrocci arrivavano a Pracchia e il viaggio proseguiva in treno».
«La produzione del ghiaccio - racconta - era una vera e propria industria per le nostre zone che dava lavoro a tante persone e soprattutto donne. Poi verso gli anni ’30 del Novecento si è cominciato a produrre il ghiaccio in maniera artificiale e le nostre naturali sono andate scomparendo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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