Il Tirreno

Pistoia

Arriva fino in procura impugnando un forcone

di Massimo Donati
Arriva fino in procura impugnando un forcone

Artigiano siriano denunciato per minaccia e porto di oggetti atti ad offendere Scatta di nuovo l’allarme sicurezza al palazzo di giustizia di piazza del Duomo

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PISTOIA. Ha preso l’ascensore ed è salito all’ultimo piano. Per parlare con un magistrato, per chiedere giustizia. Ma non era a mani vuote il cinquantottenne artigiano monsummanese, siriano d’orgine ma da tempo trapiantato in Valdinienvole. In procura ci è arrivato indisturbato brandendo un vecchio forcone a quattro punte. Sono stati momenti di sconcerto e di allarme quelli vissuti ieri mattina poco dopo le nove a palazzo di giustizia.

Nessuna violenza, nessuna minaccia concreta, né verso i magistrati nè contro il personale amministrativo. Tuttavia si è trattato dell’ennesima dimostrazione di quanto nello storico edificio di piazza del Duomo, che ospita procura e tribunale, la sicurezza faccia acqua da tutte le parti. O meglio, proprio non esista: niente controlli all’ingresso, nessuno a vigilare all’interno.

Protagonista del nuovo inquietante episodio – che gli è valso una denuncia a piede libero per minaccia aggravata e porto di oggetti atti ad offendere – lo stesso uomo che, già allora con seri problemi di natura mentale, nel febbraio 2014 entrò nell’ufficio di un giudice civile, Rosa Selvarolo, nel palazzo di San Mercuriale, l’altra sede degli uffici giudiziari pistoiesi. L’artigiano siriano era infuriato perché la giudice, in base alla legge, aveva concesso una dilazione ad un suo debitore: iniziò ad urlare e si rifiutò per oltre mezz’ora di abbandonare l'ufficio del magistrato, tenendola praticamente prigioniera. Dovettero intervenire gli uomini della sezione di pg del Corpo forestale per calmarlo e farlo uscire.

Fatto sta che ieri l’artigiano (a Monsummano realizza scarpe su misura), dopo aver attraversato il centro storico con il suo forcone, è arrivato con quello fino in procura. Sceso dall’ascensore, lo ha appoggiato a testa in giù al muro del pianerotto, con una cartella di pelle piena di documenti a coprire le punte. Quindi è entrato dalla porta a vetri che dà nella saletta dell’ingresso. E lì è rimasto, in attesa che, alle 9,30, venisse aperta la porta che dà accesso gali uffici. «Aspetto qui, devo parlare con un magistrato» ha detto a uno dei giovani in servizio civile in procura che gli si è avvicinato per sapere se aveva bisgogno di qualcosa. E dopo qualche minuto, è sceso giù, nell’atrio che si affaccia sulla piazza, per fumare nel frattempo una sigaretta.

È stato in quel frangente che una commessa, sbirciando dietro la cartella appoggiata a terra davanti alle punte, si è accorta che quella sorta di palo al lato dell’ascensore era in realtà un forcone. Ed è scattato l’allarme. Una manciata di minuti e, mentre era ancora al piano terra, l’artigiano è stato agguantato dai carabinieri e portato via, al comando provinciale, dove i militari dell’Arma hanno ricostruito più o meno l’accaduto.

Prima di partire per Pistoia, in mattinata aveva telefonato al 112 di Montecatini (dove tra l’altro è ben noto), sostenendo di essere esasperato per una serie di furti che da tempo avrebbe subito all’interno di un piccolo magazzino di sua proprietà, dove custodisce gli scampoli di pellame che utilizza per riparare e fabbricare scarpe. E concludendo la telefonata con la minaccia che se le autorità non avessero risolto i suoi problemi sarebbe andato in procura di Pistoia e si sarebbe fatto arrestare, perché avrebbe “fatto fuori” qualcuno. Per poi raggiungere quel palazzo di giustizia dove si era già presentato in altre occasioni per esternare le sue “preoccupazioni”, che però non hanno mai trovato un effettivo riscontro nella realtà, nonostante le indagini effettuate in seguito alle varie denunce presentate, sempre contro il vicinato.

Una volta al Comando di viale Italia, l’uomo – in tale stato di agitazione da rendere poi necessario un ricovero forzato in psichiatria – ha raccontato che quel forcone, di sua proprietà e abitualmente custodito all’interno del magazzino teatro di quei furti da lui ripetutamente lamentati, l’aveva trovato all’esterno: segno, secondo lui, dell’ennesima visita dei ladri. Una prova del “delitto” quindi, che lui aveva deciso di portare in procura.

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