Il presidio
Ammazzato nel sonno con un’ascia
Prima di Massimo Tarabori, Gianluca Lotti aveva ucciso la fidanzata
MASSA COZZILE. Aveva aspettato che il compagno di stanza dormisse. Si era alzato dal letto, aveva impugnato l’ascia e aveva colpito. Con tutta la sua forza. Prima alla gola, il secondo fendente, alla tempia, dopo aver amputato di netto le dita della mano sollevata istintivamente dalla vittima in un estremo tentativo di difesa. A quel punto, aveva posato l’arma e aveva indossato dei guanti di lattice, per non correre il rischio di «prendere delle malattie, con tutto quel sangue», avrebbe poi spiegato. Per poi tornare a colpire, ripetutamente, una quindicina di volte in tutto, fino a quando l'ascia era rimasta conficcata talmente in profondità nel cranio della sua vittima da non riuscire più ad estrarla.
Erano all’incirca le undici meno venti di sera del 17 gennaio 2014 quando nella casa famiglia che a Massa e Cozzile ospita persone affette da disturbi mentali giudicati di lieve entità, si era consumato il feroce delitto. A scatenare la propria furia omicida, Gianluca Lotti, 39 anni, pistoiese, libero dall’ottobre precedente dopo aver scontato la condanna a 16 anni tra carcere e manicomio giudiziario per aver massacrato, nel 1998, a colpi di spranga, la fidanzata, allora ventenne. Questa volta, a cadere sotto i suoi colpi, era stato Massimo Tarabori, 53 anni, di Pescia, una vita quasi interamente passata tra una struttura e l'altra, per contrastare la sua malattia psichica, e da diverso tempo ospite nella casa famiglia dell’associazione “Un popolo in cammino”, che ospita i pazienti seguiti dall’Asl pistoiese.
Per quel delitto, Gianluca Lotti, che si era subito costituito telefonando egli stesso alla polizia, è stato condannato a 30 anni di reclusione il 20 marzo scorso, processato con il rito abbreviato davanti al gip del tribunale. Ritenuto semi-infermo di mente, al termine della pena dovrà passare altri 3 anni in una casa di cura e custodia. (m.d.)
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