Il presidio
Sparò all’ex ma senza premeditazione
Serravalle, ridotta in appello la condanna del gup di Pistoia alla cassiera della Coop. Secondo i giudici di Firenze fu un reato d’impeto: 8 anni di reclusione
PISTOIA. Per i giudici della Corte d’appello non si trattò di un agguato premeditato. Quella pistola la donna l’aveva infilata nella borsetta al mattino, come sempre faceva da un anno a quella parte, per timore di essere aggredita, quando doveva entrare al lavoro alle sei. E solo nell’impeto del momento l’aveva tirata fuori, per scaricarla, assieme alla sua rabbia, addosso all’ex compagno.
Ridotta in appello a 8 anni di reclusione la condanna per tentato omicidio e porto abusivo di arma da fuoco a Serena Checchi, la trentottenne ex cassiera di Ponte Buggianese che, il 14 maggio 2014, ferì con quattro colpi di pistola, davanti ai loro figli terrorizzati, Vasco Guidi, 43 anni, di Pieve a Nievole, dipendente della Coop di Pistoia.
Ìn primo grado, davanti al giudice dell’udienza preliminare Alessandro Buzzegoli, che nel dicembre scorso celebrato il processo con il rito abbreviato, era stata condannata a 9 anni ed 8 mesi di carcere: il gup le contestò l’aggravante della premeditazione, ritenendola equivalente all’attenuante del risarcimento del danno alla parte offesa: un accordo, quest’ultimo, che aveva portato, nel corso dell’udienza, al ritiro della costituzione di parte civile da parte delle legali di Vasco Guidi, le avvocate Enrica Gardìn e Maura Banti.
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Martedì scorso, in Corte d’appello, lo stesso procuratore generale ha chiesto al collegio di accogliere la richiesta dell’avvocato difensore Vito Di Berardino di esclusione dell’aggraveante della premeditazione. E così la Corte ha fatto, ricalcolando quindi la pena finale.
«Aspettiamo le motivazioni della sentenza per conoscere il perché dell’accoglimento del nostro ricorso – spiega l’avvocato Di Berardino – L’appello verteva appunto sulla premeditazione del reato, che noi abbiamo sempre ritenuto non sussistente. Nell’ambito delle indagini difensive abbiamo acquisito i tabulati telefonici di quel giorno del cellulare di Serena. Nel processo di primo grado, nel fascicolo del pm avevamo trovato il decreto di acquisizione ma non i tabulati stessi. E come ho poi scritto nei motivi aggiunti nel ricorso, dai tabulati si evince quello che Serena ha sempre sostenuto: attorno alle 17 ha ricevuto una telefonata da parte di uno dei due figli, che voleva che andasse a prenderlo. Lei era nei pressi dell’Ipercoop e, senza ripassare da casa, è andata là, in quel terreno dove c’erano l’ex compagno e i due figli. Senza modo di lasciare a casa la pistola che aveva da quella mattina nella borsetta, e che portava sempre quando doveva entrare al lavoro alle sei: aveva paura delle aggressioni in quella zona isolata».
La Corte d’appello ha prseo 90 giorni di tempo per il deposito delle motivazioni della sentenza.
«Di fatto – aggiunge l’avvocato difensore – è stata ristabilita la verità dei fatti: Serena non si è organizzata per attentare alla vita del suo ex compagno ma tutto è successo in quel frangente, è stato evidentemente frutto dell’ennesima litigata, un gesto d’impeto».
In attesa che la condanna divenga definitiva e che per lei si riaprano le porte del carcere, dal marzo scorso Serena Checchi si trova agli arresti domiciliari: è autorizzata dal Tribunale della libertà ad andare a trovare i figlioletti una volta al mese.
«Serena, come fin da subito, è consapevole della gravità di ciò che ha commesso – conclude l’avvocato Di Berardino – Ed è consapevole del fatto che è giusto che paghi, e pagherà. È sinceramente pentita, ma purtroppo indietro non può tornare. Finalmente però è stata ristabilita la verità dei fatti. La Corte ha ritenuto che tutto ciò che Serena ha sempre detto è vero».
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