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Quell’inverno terribile a combattere per la libertà
La Resistenza dei soldati pistoiesi in Albania e Montenegro dopo l’armistizio Alla vigilia della giornata di studi a Palazzo di Giano parla lo storico Eric Gobetti
PISTOIA. Un pezzo di storia fatto di fame, freddo e stenti, ma anche di unione viscerale e lotta contro il nemico nazifascista. Si terrà domani nella Sala maggiore del Comune, per il secondo anno consecutivo, la giornata di studi per conoscere la storia sulla Resistenza dei soldati pistoiesi in Albania e Montenegro.
Era l’8 settembre del 1943 quando, all’annuncio dell’armistizio, tanti militari italiani che poi parteciparono alla Resistenza, rifiutarono di arrendersi e consegnarsi ai tedeschi, battendosi da quel momento al fianco delle formazioni partigiane locali. Molti i soldati pistoiesi che furono parte dei due reggimenti di fanteria, l’83° della Divisione Venezia ed il 127° della Divisione Firenze. Eric Gobetti, uno degli storici presenti domani in Palazzo di Giano, parla di ciò che accadde in quegli anni.
«In Italia quasi nessuno sa che al momento dell’armistizio c’erano nei Balcani circa 600.000 uomini, di cui decine di migliaia decisero di non arrendersi e continuare a combattere – racconta Gobetti – Molti di questi furono sconfitti dai tedeschi, come avvenne a Cefalonia. In Montenegro ed Albania, invece, i soldati italiani si allearono ai partigiani locali per combattere contro un nemico comune. Questa unione incrementò le forze e molti riuscirono a sopravvivere, nonostante le continue offensive dei tedeschi».
La giornata di domani sarà incentrata sulla seconda fase di questo periodo, ovvero il duro inverno del 1943-1944.
«I soldati italiani patirono la fame e il freddo, e in Jugoslavia dilagò una forte epidemia di tifo – racconta Gobetti – Tante furono le divisioni, tra cui la Garibaldi che rimase in piedi fino al ’45. Le divisioni Venezia e Firenze invece furono quelle composte soprattutto da soldati toscani, tra i quali molti pistoiesi».
Uno di questi era Pietro Corsi, membro della Divisione Venezia, che Eric Gobetti ha avuto l’onore di intervistare prima che venisse a mancare, poco tempo fa, all’età di 99 anni. Un altro è Giovanni Innocenti, classe 1917, ospite della Rsa di Cantagrillo da diversi anni, del quale siamo venuti a conoscenza grazie ad una lettera di un’animatrice della struttura, che ha raccontato di come Giovanni abbia riconosciuto Gino (purtroppo deceduto), altro ex commilitone, proprio lì nella Residenza assistita di Cantagrillo, durante la lettura di un libro.
Ma perché il nome Divisione Garibaldi? «Garibaldi era un simbolo dell’eroe di sinistra, rivoluzionario, conosciuto in tutto il mondo per la libertà dei popoli – commenta Gobetti – Interessante è proprio il fatto che il nome sia stato scelto dai soldati jugoslavi. Il bello di questa unione è che i soldati italiani passarono da carnefici a vittime, trovandosi a subire ciò che loro stessi avevano causato prima dell’armistizio».
Perché questa parte di storia è però così poco conosciuta?
«Io credo che le motivazioni più forti siano quelle politiche dell’immediato dopoguerra, quando si cercava di ricostruire un’Italia sui valori dell’antifascismo e della Resistenza. Da una parte c’erano gli italiani che sapevano che in Jugoslavia erano tutti comunisti; dall’altra però gli jugoslavi erano considerati comunisti sbagliati, perché Tito era visto come un nemico del partito comunista italiano».
Alessandra Tuci
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