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Arrestato imprenditore per bancarotta da ventuno milioni di euro
L'uomo finito nella rete delle indagini della Guardia di finanza di Pistoia opera nel settore della frutta e degli ortaggi ed ha attività oltre che in Italia anche in Turchia e Grecia
MASSA COZZILE. Ordinanza cautelare alla mano, gli investigatori delle Fiamme Gialle si sono presentati alla sua porta di casa all’alba di giovedì 15 ottobre. È accusato di aver messo in piedi una bancarotta fraudolenta da 21 milioni di euro l’imprenditore valdinievolino Mauro Cei, finito ai domiciliari, su richiesta della procura di Pistoia, il giorno successivo al suo sessantacinquesimo compleanno.
Nativo di Lamporecchio, residente a Traversagna, Cei è l’amministratore delegato della “Macolive trading spa”, azienda di trasformazione di olive, ortaggi e frutta che vende i suoi prodotti semilavorati ai principali marchi che commercializzano nel nostro paese tali specialità conservate sotto vetro o in lattina.
Insieme a lui risultano indagate per il concorso nello stesso reato altre quattro persone: una familiare che ha amministrato una delle aziende coinvolte, secondo la Finanza, nella distrazione di beni; e tre professionisti.
Le indagini, condotte dai finanzieri del nucleo di polizia tributaria, sotto il coordinamento del procuratore di Pistoia Paolo Canessa e del sostituto procuratore Fabio Di Vizio, hanno preso il via all’indomani di una verifica fiscale scattata nell’ottobre 2014 alla Macolive trading spa, azienda costituita nel gennaio 2012 subentrando, nell’ambito di un concordato preventivo con continuità aziendale, alla Macolive spa (a suo volta nata nel 1993 dal concordato preventivo della Macolive Fisbe spa, anch’essa gestina da Mauro Cei), negli stessi stabilimenti di via Bruceto, a Traversagna).
Durante i controlli sono emersi elementi che hanno fatto ipotizzare alle Fiamme gialle l’esistenza di un sistema fraudolento che avrebbe consentito all’imprenditore di distrarre circa 21 milioni di euro dalla Macolive spa destinandoli ad altre aziende dello stesso gruppo industriale ma ubicate in Turchia e Grecia: la Macolive Turim ltd e la Macolive Grecia sa, secondo gli investigatori amministrate di fatto dallo stesso Mauro Cei. Il tutto tra il 2007 e il 2011.
Secondo i finanzieri tale distrazione di denaro è avvenuta attraverso un sistema di falsi anticipi per acquisti di merce mai ricevuta: dopo aver ottenuto i relativi finanziamenti dalle banche, le aziende estere venivano pagate in anticipo per la quantità di merce, soprattutto olive, di cui l’azienda di Traversagna aveva bisogno per l’anno successivo. Pagamenti che però poi venivano compensati (secondo gli inquirenti, volutamente) solo in parte dalle successive forniture. In tal modo, la Macolive Tarim avrebbe trattenuto nelle sue casse 7.303.684 euro senza mai consegnare la relativa merce; la Macolive Grecia 3.530.000 euro.
Secondo la procura, inoltre la Macolive spa avrebbe acquistato il controllo della sorella Turca (l’87% del capitale) sborsando 6.093.600 euro, e compensando a tale fine il credito di 5 milioni (per gli anticipi versati in precedenza) e pagando in denaro il debito residuo.
Fatto sta che quando la Macolive spa aveva chiesto ed ottenuto il concordato preventivo, la partecipazione ed i crediti vantati verso le due aziende estere dovettero essere completamente azzerati per inconsistenza ed inesigibilità dovute alle condizioni di dissesto delle stesse.
Alla fine di tutto, il cerino di tali perdite era rimasto in mano a quelle banche che avevano finanziato l’acquisto anticipato delle forniture: tanto per fare un esempio, circa 8 milioni per il Monte dei Paschi e circa 4,2 per Banca Intesa. Anche perché accettando il concordato preventivo pur di recuperare qualcosa, i creditori si accontentano di percentuali minime dell’ammontare a loro dovuto.
Secondo la procura la distrazione di altri beni e denaro sarebbe avvenuta anche durante la stessa procedura concordataria: quando la Macolive Trading era subentrata alla Macolive spa, il valore economico di quest’ultima sarebbe stato sottostimato di poco meno di 2 milioni di euro; il valore dell’attivo patrimoniale sarebbe stato invece sottostimato di 8.395.236 euro tra crediti verso clienti e rimanenze di merce; e la partecipazione nella Macolive Tarim, acquistata per 6 milioni di euro, iscritta a bilancio per un milione, era stata venduta alla Macolive trading per soli 5.000 euro.
Sequestrati conti e investimenti. Con l’ordinanza del gip che ha portato all’arresto di Mauro Cei è la prima volta che a Pistoia viene applicata anche al reato di bancarotta fraudolenta la possibità giurisprudenziale che consente – come prima avveniva solo per i reati di natura tributaria – la confisca di somme di denaro corrispondenti al profitto che l’indagato avrebbe conseguito, sempre in denaro, attraverso le condotte illecite compiute (in questo caso 20.767.000 euro).
Un principio sancito lo scorso luglio da una pronuncia a sezioni unite della Cassazione: "Qualora il prezzo o il profitto derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme di cui il soggetto abbia comunque la disponibilità deve essere qualificata come confisca diretta: in tal caso non occorre la prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della confisca e il reato".
Una sorta di “sequestro per equivalente” di denaro o investimenti che costituisce, per la procura, un’arma in più nel contrasto alle bancarotte fraudolente.
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