Il calcio al razzismo di Lilian Thuram
L’ex calciatore, ora ambasciatore Unicef: la discriminazione è sempre un fatto culturale, tutti possono fare qualcosa
PISTOIA. Superare le costruzioni culturali che hanno alimentato il razzismo, ridiscutere le gerarchie legate al colore della pelle, al genere, all’orientamento sessuale, su cui si basa la nostra storia. E’ il messaggio che Lilian Thuram porta a Pistoia in occasione della sua partecipazione a “Dialoghi sull’uomo”, il festival dell'antropologia contemporanea giunto alla sua sesta edizione, che ha preso il via venerdì pomeriggio. L’ex calciatore di Monaco, Parma, Juventus e Barcellona, colonna della nazionale francese campione del Mondo nel 1998 e d’Europa nel 2000, giunge in città per condividere le proprie riflessioni sulle diverse forme di razzismo, al centro dell’incontro “Co-abitare: contro tutti i razzismi”.
Ambasciatore Unicef dal 2010, dopo il ritiro dal calcio nel 2008 ha dato vita alla “Fondation Lilian Thuram, éducation contre le racisme” ed ha scritto due libri, “Per l’uguaglianza. Come cambiare i nostri immaginari” (2014) e “Le mie stelle nere da Lucy a Barack Obama” (2013).
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«Mai dimenticare che l’altro è un essere umano», sostiene con forza Thuram. Emigrare, spiega, è una delle cose più naturali del mondo. «La società deve capire che le presunte differenze sono solo fatti culturali». Combattere l’indifferenza, dunque, ed uscire dall’ipocrisia di chi non vuole vedere il razzismo:
«Tutti devono fare qualcosa ed è sbagliato far finta di non vedere». Porta il proprio messaggio in giro e parla ai bambini nelle scuole, che, ricorda, non ragionano in termini di “nero” e “bianco”, ma se gli chiedi di che colore siamo ti dicono “marrone” o “rosa”, non avendo ancora assimilato le categorie che la società trasmette loro quando crescono.
«Categorie che – prosegue Thuram – non sono neutre: sono calate dall’alto, dai media, dalla politica. Quando i politici non hanno risposte economiche creano la distinzione tra ‘noi’ e ‘loro’. Per controllare le persone bisogna dividerle».
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Costruzioni, sottolinea, che sono servite nella storia per giustificare la schiavitù’ ed il fatto che ci sia qualcuno che ha più diritti di altri perché «una storia raccontata 100 volte anche se è sbagliata diventa vera». Un pensiero anche al calcio che, afferma, combatte il razzismo, con ragazzi di colore diverso e di culture diverse che giocano insieme, ma che può fare di più. «La differenza - conclude - è una costruzione politica. Non è naturale».
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