Il Tirreno

Pistoia

Ippolito Desideri, missione e avventura

Tiziana Gori
Lo storico Enzo Gualtiero Bargiacchi (foto Gori)
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Lo storico Enzo Gualtiero Bargiacchi (foto Gori)

Nel 2016 si terrano le celebrazioni in onore del missionario gesuita, il cui viaggio lo portò da Pistoia fino a Lhasa, nel Tibet

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PISTOIA. Di lui ha scritto il Dalai Lama ne "Le religioni sono tutte sorelle", descrivendolo come «un luminoso esempio, un precursore del dialogo religioso tra Oriente e Occidente». Lo svedese Sven Hedin, forse il più grande esploratore del Tibet, ne ha riconosciuti i meriti scrivendo che «egli aveva compiuto un viaggio meritevole di rendere il suo nome famoso per sempre». Non solo per l'impresa del viaggio, che dall'India - attraverso Punjab, Kashmir, Baltisan e Ladakh - lo aveva portato, primo europeo, a compiere l'intero percorso transhimalayano fino a raggiungere Lhasa (nel 1716), ma anche per la descrizione che ne ha lasciato, difficilmente superabile anche dai viaggiatori moderni.

Lo storico pistoiese Enzo Gualtiero Bargiacchi da anni studia la figura del gesuita pistoiese Ippolito Desideri, di cui può essere considerato senza ombra di dubbio uno dei massimi esperti a livello mondiale. Sarà lui che coordinerà il gruppo tecnico-scientifico, che si occuperà delle celebrazioni per l'anno desideriano, che il Comune ha intenzione di realizzare per il 2016. Nel suo discorso di fine anno, il sindaco Samuele Bertinelli ha presentato le iniziative culturali in programma per il futuro richiamando, insieme alla «straordinaria biografia» di Ippolito Desideri quella di Tiziano Terzani, il grande giornalista che con i suoi reportage dai Paesi asiatici «indagati nelle loro culture anche sotto il fuoco delle armi di guerre non ancora concluse, è approdato sulle montagne di Orsigna, ora divenuta simbolo di una terra incontaminata e luogo di pace». A Terzani, ha ricordato Bertinelli, il Comune di Pistoia ha dedicato l'Auditorium della biblioteca San Giorgio . «Nel nome di Ippolito Desideri - ha informato Bertinelli - è iniziato un progetto che confluirà in una grande iniziativa di celebrazione del suo viaggio, nel 2016, a 300 anni esatti dal suo arrivo a Lhasa». Mostre, convegni, un tour nei luoghi della sua vita a Pistoia. Sono solo alcune delle idee che, attraverso il gruppo coordinato da Bargiacchi, stanno, giorno dopo giorno, prendendo forma. L'obiettivo? Far conoscere ai pistoiesi un loro concittadino il cui nome, ammette lo studioso, «è conosciuto oggi quasi solo come quello di una via del centro».

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E allora chi era questo Ippolito Desideri, il primo europeo a calpestare il suolo del Tibet e avvicinarsi alla cultura-religione-filosofia buddista? «Desideri - afferma Bargiacchi - è stato il primo tibetologo della storia, precursore del dialogo religioso tra Oriente e Occidente». Nato a Pistoia nel 1684 da una famiglia di origine patrizia, si era formato nel collegio gesuita della città e nel 1700 (non ancora sedicenne), era entrato come novizio a Roma nella Compagnia di Gesù, dove - scrive Bargiacchi sul sito internet dedicato al missionario - si distinse per le notevoli capacità logico-filosofiche e per l'ardente zelo spirituale, tanto da essere scelto dal preposito generale Michelangelo Tamburini per la difficile impresa di stabilire una missione nella lontana e mitica terra del Tibet, oggetto di tentativi infruttuosi da parte della stessa Compagnia nel secolo precedente». Partito nel settembre 1712, appena ordinato sacerdote, affrontò un viaggio avventuroso per terra e per mare, giungendo nelle immense e desolate distese dell'altopiano tibetano e fino alla misteriosa città di Lhasa, il 18 marzo 1716. «L'arrivo di Desideri a Lhasa - commenta il professor Bargiacchi citando lo storico Giuseppe Tucci - segna una data memorabile negli studi tibetani. Ho avuto modo di avvicinarmi alla sua figura e al suo operato per la presentazione di un suo resoconto di viaggio. Ho compiuto molti viaggi in Tibet e ho sempre avuto interesse per il pensiero orientale, ma consideravo il Desideri un personaggio minore. Mi sono ampiamente ricreduto».

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Bargiacchi ha compiuto ricerche su ricerche. «Quella che è emersa ai miei occhi è una storia di censura e ostracismo. Desideri compì questo viaggio agli inizi del 1700, scoprendo un territorio che non sarebbe stato più attraversato da europei, se non solo due secoli dopo da una missione militare britannica. Appena giunto espose con estrema sincerità il suo proposito missionario e venne ben presto ricevuto dal re, Lajang Khan. Le condizioni apparivano favorevoli: la religione da lui proposta veniva giudicata positivamente, salvo non ritenerla unica, come via di salvezza. Il «Lama venuto dall'Occidente» non era in grado di padroneggiare la lingua parlata, e propose di preparare un testo scritto. Ma s'impegnò sin dal primo giorno nello studiare la lingua e la religione buddhista, anche perché invitato ad approfondire le conoscenze in vista di una disputa con le autorità religiose del luogo. E il consiglio non riguardava solo gli aspetti linguistici, ma soprattutto quelli delle più profonde concezioni filosofiche. Trascorse un periodo in un monastero tibetano, imparò l'idioma, e tra il 1718 e il 1721 scrisse in lingua tibetana cinque libri, nei quali esponeva i dogmi del Cristianesimo, rifiutava i concetti buddhisti della metempsicosi e della vacuità, accettando però nel contempo gran parte del buddhismo, soprattutto la sua filosofia morale. «Fu il primo tentativo di dialogo fra due religioni», evidenzia Bargiacchi. Ma l'Ordine dei Cappuccini espresse la propria protesta perché, in un primo momento, la missione in Tibet era stata affidata a loro. Michelangelo Tamburini ordinò quindi a Desideri di tornare in India.

Era il 1719. Il missionario protestò perché non voleva lasciare le persone che avevano riposto in lui la loro fiducia, ma una decisione della Santa Sede fece chiarezza e Desideri fu costretto a ritirarsi ad Agra (in India) nel 1721. Tornò a Roma nel 1727, e portò con sé tutti gli appunti scritti in Tibet. Intentò un processo contro i Cappuccini, ma la decisione fu per lui inclemente: ricevette una scomunica per il libro, la missione era stata affidata a un altro Ordine. Fino alla morte, nel 1733, continuò a dedicarsi alla pubblicazione del suo «Notizie istoriche del Tibet» ma quello che è certo, racconta Bargiacchi, è che morì nel più completo isolamento.

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