Il Tirreno

Pistoia

La benedizione di Liebman: «Italiani, bravi jazzman»

di Lorenzo Mei
La benedizione di Liebman: «Italiani, bravi jazzman»

Intervista al sassofonista newyorchese, stella dell'edizione 2014 del Serravalle Jazz

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SERRAVALLE PISTOIESE. Dave Liebman è la stella della seconda serata del Serravalle Jazz di scena domani, lunedì 25 agosto. Protagonista di un progetto di assoluta qualità insieme a Romano Pratesi, Ares Tavolazzi e Daniel Humair, il sassofonista newyorkese è uno dei più importanti jazzisti in attività.

A Serravalle è passato nel 2008, ospite della Barga Jazz Big Band: «A Barga – ricorda al telefono dall’America – avevano chiesto ai giovani arrangiatori di lavorare su mie composizioni. Fu una grande esperienza, e i musicisti della band suonarono benissimo».

Liebman ha un rapporto speciale con l’Italia: «Ci vengo spesso. Adoro l’Italia, e ho rapporti stretti con musicisti come Maurizio Giammarco o Paolo Fresu, per fare due nomi. In Italia ci sono tanti jazzisti preparati, anche molto giovani, e la tradizione è lunga. Cosa dovremo aspettarci dalla Rubber Band? «E’ un’idea nata da un paio di concerti di qualche anno fa. Suono con il mio amico Daniel Humair da decenni, e più recentemente ho conosciuto Romano Pratesi. Quello che faremo sarà una musica libera, aperta alle influenze, una specie di open jazz». Con l'inserimento di un brano di Duke Ellington, a cui è dedicata l’edizione 2014 del Serravalle Jazz: «E’ fantastico, perché Duke è semplicemente il re del jazz. Parlerò con Romano, ma la mia idea è quella di suonare proprio ‘In a sentimental mood’, che è il titolo del festival».

Pensando a un famoso disco di Ornette Coleman, “The shape of jazz to come”, che forma prenderà questa musica nei prossimi anni? «Direi che ci sono due lati, uno positivo e uno negativo. Partendo dalla parte buona, l’attenzione è enorme, con ascoltatori molto aperti già a 15-20 anni. Tutto è disponibile sul web, e così anche le influenze che arrivano ai musicisti sono innumerevoli e provengono da tutto il pianeta. E' un bene, perché quello che c’era da dire in America nel jazz è stato detto in questi cento anni, e ora c’è bisogno di stimoli dal resto del mondo. Il lato negativo è che l’industria discografica, il sistema dei club e tutto il jazz business sono in crisi. Il risultato è che abbiamo tanti bravi musicisti, ma poche occasioni per farli suonare. Insomma, è una situazione con dentro un po' di bianco e un po' di nero».

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