Il Tirreno

Pistoia

Schindler a Campo Tizzoro La storia dell’ing. Kayser

di Corrado Benzio
Schindler a Campo Tizzoro La storia dell’ing. Kayser

Protesse partigiani e gente comune dalle violenze di Tedeschi e Fascisti

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CAMPO TIZZORO. E’ esistito uno Schindler in Italia, anzi in Toscana. Ma in pochi se ne sono accorti. Forse è mancato uno Spielberg (o un Lizzani, restando in Italia) che ne sapesse raccontare vita e gesta.

Si chiama Kurt Kayser ed era un attempato ingegnere tedesco che fu mandato dal Ministero degli armamenti a controllare e sovrintendere la fabbrica di munizione della Smi di Campo Tizzoro, sito industriale fondamentale per la produzione di proiettili.

Di lui restano come ricordi una targa, i brani di un bellissimo libro dedicato agli anni della Linea Gotica in montagna e veramente poco altro.

Sarà che della stessa fabbrica degli Orlando è rimasto veramente poca cosa, sarà che sono passati 70 anni dalla fine della guerra, ma Kurt Kayser oggi sulla montagna è un nome che dice veramente poco.

Ed in effetti la sua vicenda sotto la guerra ha assunto un altro aspetto solo dopo Schindler’s list, film del 1993 interpretato da Liam Neeson nella parte dell’industriale tedesco che sottrasse migliaia di ebrei ai campi di sterminio impiegandoli nella propria fabbrica.

La Smi di Campo Tizzoro non era di proprietà di Kurt Kayser. Era finita nelle mani dei tedeschi ma apparteneva alla famiglia Orlando, una delle dinastie industriali più importanti dell’Italia post-unitaria.

Kayser arrivo sulla Montagna Pistoiese con l’ordine di far funzionare al massimo lo stabilimento di munizioni.

«Era un uomo retto, onesto» ricorda Daniele Amicarella che sulle vicende della Gotica ha scritto un libro bellissimo: Sulla linea del fuoco, pubblicato da Mursia nel 2010.

«Aveva un potere immenso e non solo sulla fabbrica – continua Amicarella – avrebbe potuto fare qualsiasi cosa».

Di potere ne aveva veramente tanto, ma lo uso sempre a fini di bene. Per il bene della gente della montagna e anche per i partigiani.

Kayser comandava su tutto e tutti. Qualche giovane era stato trovato con documenti compromettenti dai Nazisti? Nessun problema, si presentava al comando per chiederne la liberazione. La motivazione sempre la stessa: esigenze della produzione.

Quella fabbrica non poteva mai fermarsi, alla Wermacht servivano quei proiettili, anche perchè la produzione della Smi era di assoluta qualità.

Del resto la Smi aveva salvato l’intera vallata da lutti e deportazioni. I 2000 dipendenti impegnati nella produzione non subirono né rastrellamenti né deportazioni.

Da questo punto di vista i Tedeschi erano molto pragmatici . Quando il Cln e i sindacati misero in pratica i famosi scioperi operai del marzo 1944 a Prato partirono le deportazioni, ma nella non lontana Spezia no. Nel porto della Liguria i le fabbriche d’armi erano troppo importanti per la produzione.

In più, a Campo Tizzoro, c’era Kurt Kayser. Nella lapide che lo ricorda si legge questa sua frase: «Durante a seconda guerra mondiale ho lavorato come ingegnere a Campo Tizzoro, il mio comportamento fu quello che dovrebbe avere ogni persona per bene: aiutare gli altri quando ne hanno bisogno».

Kayser fece molto di più: usò tutto il suo potere e la sua influenza per rendere minime le sofferenze di chi lavorava in fabbrica, ma anche di chi viveva fuori.

Ebbe un peso notevole anche quando i partigiani sulla Porrettana fecero i l colpo grosso, uccidendo il 12 settembre 1944 Wilhelm Crisolli, generale tedesco figlio di nobili veneziani (da qui il cognome italiano).

Crisolli ormai morto – era stato ferito alla testa – fu portato nell’infermeria della Smi, dove arrivò subito Kayser. Che prima prese tempo ritardando l’annuncio che l’ufficiale tedesco era spirato, e poi si adoperò perchè non ci fossero rappresaglia. Su un altro fronte di guerra l’uccisione di un generale tedesco comportò la fucilazione di 1600 civili...

Kurt Kayser dopo la guerra si ritrovò a vivere a Magdeburgo. Splendida città, ma sfortunatamente per lui finita sotto la Repubblica democratica tedesca. Era un vecchio professionista in pensione quando nel 1982 riuscì ad avere il visto per venire in Italia a trovare i vecchi amici di Campo Tizzoro.

Ma fu una sorta di odissea. Prima la difficoltà di ottenere i visti, risolta – narrano le cronache – in seguito all’interessamento di Sandro Pertini, «un partigiano come presidente» cantava Toto Cutugno.

Ma una volta davanti alla «sua» vecchia fabbrica gli fu impedito di entrare.

Ricorda Amicarella: »Veniva dalla Germania Est e le tensioni erano alte. Così Kayser venne attenzionato, come si dice in gergo, ovvero controllato. In più gli fu impedito di entrare in fabbrica. Si producevano ancora armi e lui veniva da un paese comunista».

Dove non se la passava bene, almeno dal punto di vista materiale. Ancora Amicarella: «Chiese in regalo un vecchio carillon che teneva sulla scrivania .In più volle un maglione».

Che considerava manna dal cielo. «Quando scrisse agli amici di qui, segnalò che gli amici di Magdeburgo erano molto invidiosi del suo maglione».

Una vicenda che assume contorni quasi patetici. Ma in quei giorni del 1944 tutto correva negli stretti binari fra la vita e la morte.

Gli americani e gli inglesi non bombardarono mai la fabbrica, ma presero di mira la Porrettana, sia la vecchia statale che della Ferrovia che collegava Pistoia e le fabbriche alla pianura padana.

Lo Smi uscì intatta dal conflitto mondiale, non così per Maresca che a settembre 1944 subì un sanguinoso bombardamento costato 22 vittime, compresi i bambini.

Eravamo in piena Linea Gotica, i partigiani combattevano, i tedeschi reprimevano. E Kayser permetteva che i proiettili uscissero clandestinamente dalla fabbrica per alimentare le armi dei «ribelli».

Di tutta questa storia resta una lapide eretta dal Comune di San Marcello e inaugurato il 25 aprile dl 2009 e resta la testimonianza di Jens Kayser, bisnipote dell’ingegnere.

«Ho saputo delle vicende di cui fu protagonista il bisnonno – raccontò in una visita a San Marcello – solo dai giornalisti italiani. Mio nonno non ci aveva mai raccontato niente».E perchè avrebbe dovuto ricordare? Per lui, come ripeteva, era soltanto il proprio dovere.

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