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«Luigi non voleva che smontassi il forno»
La testimonianza del precedente affittuario di Orefice: «Ho visto il bidone salendo su una scala, ma non ho sospettato»
PISTOIA. «Stavo lavorando in quel capannone da tre–quattro mesi. Ho detto a Luigi Orefice che volevo smontare il forno di verniciatura perché mi serviva più spazio per la mia officina meccanica. Lui mi ha risposto di no. Mi ha detto che gli serviva del tempo, e avendo avuto la disponibilità del proprietario del capannone qui accanto, ho accettato e mi sono trasferito». Orefice non voleva che Kristian, giovane meccanico di origine albanese a cui aveva affittato il fondo della Italverniciatura, smontasse il forno. Quando il ragazzo stava reimbiancando l’interno del capannone Orefice gli avrebbe anche detto di «lasciare stare la parte delle canne fumarie. È pericoloso, ci penserò io».
Una cosa è certa: il bidone con i resti del povero corpo fatto a pezzi e disciolto in una sostanza acida (o in un solvente, è ancora da stabilire) ritrovato mercoledì sera durante alcuni lavori dal nuovo affittuario Nello Cozzolino, era presente nella sorta di carenatura che unisce le due canne fumarie del forno e crea tra le stesse una specie di vasca, già nel settembre scorso. È al suo interno, a due metri e mezzo di altezza, che Kristian, salendo su una scala, ha visto il bidone sigillato.
«Ho trovato l’occasione per cambiare i sedili della macchina - racconta - Dovevo appoggiare quelli vecchi da qualche parte e ho pensato allo spazio sopra le canne fumarie». Kristian ha preso una scala ed è salito. «Ho guardato giù e ho visto il bidone, chiuso con un coperchio». Non ha pensato a niente di strano, dal bidone non fuorisciva cattivo odore. Poteva contenere vernici. «Non ricordo se ne ho parlato con Orefice - racconta - Io poco dopo sono andato via perché non acconsentiva a farmi fare i lavori nel capannone».
Kristian ha conosciuto Luigi Orefice circa un anno fa. «Altri miei connazionali lavorano nelle vicinanze. Lui voleva affittare il capannone, mi ha chiesto 500 euro al mese. Mi andava bene e ho accettato».
Sapeva del fratello di Luigi, Rosario, che non dà più notizie di sé dal 30 aprile del 2010. A tre anni e mezzo dalla scomparsa del 38enne Rosario, titolare della Italverniciatura di via Pierucciani, alla Bottegaccia di Casalguidi, il gup del tribunale di Pistoia ha rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio premeditato e soppressione di cadavere il fratello. Contro Luigi Orefice, 45 anni, è già iniziato il processo davanti alla seconda sezione della Corte d’Assise. Secondo l’ipotesi accusatoria del pm Francesco Sottosanti e della questura il movente che avrebbe spinto Luigi Orefice ad uccidere il fratello sarebbe di natura economica. L’attività aveva accumulato debiti per 250 mila euro di cui, legalmente, era responsabile Rosario. Luigi aveva proposto a Rosario di chiudere la ditta e fondarne una nuova a nome del proprio figlio, ma il fratello non aveva accettato: quei debiti sarebbero rimasti sulle sue spalle. Luigi aveva allora concordato un piano di rientro con Equitalia ma secondo gli inquirenti avrebbe pagato solo la prima rata, mettendo nel contempo in piedi una truffa ai danni del fratello attraverso i due conti correnti intestati alla ditta. Secondo l’ipotesi accusatoria, Luigi Orefice era riuscito a farsi anticipare circa 120mila euro attraverso il meccanismo delle ricevute bancarie, presentando in banca fatture fasulle per lavori mai eseguiti. La prima ricevuta bancaria sarebbe andata in scadenza proprio il 30 aprile 2010, giorno della scomparsa di Rosario.
Tra le prove della procura ci sarebbe anche la testimonianza di una donna, una ballerina straniera, a cui Luigi Orefice avrebbe confidato l’intenzione di uccidere il fratello mostrandole una pistola. E anche la testimonianza del giovane Kristian sembra destinata ad assumere un ruolo di primo piano nella terribile storia che ruota intorno all’azienda di Casalguidi.
Gli inquirenti sono convinti che quel bidone sia sempre rimasto lì. Resta da capire perché Luigi Orefice avrebbe acconsentito varie volte a dare in affitto lo stanzone sapendo del corpo dentro al fusto. E l’aver sigillato il bidone potrebbe incastrare il colpevole. La mancanza di contatto con l’ossigeno ha infatti impedito ai poveri resti di disciogliersi nell’acido. Gli arti recisi (tranne la testa, che non è stata trovata), hanno cominciato a putrefarsi solo quando il bidone ha subìto gli effetti di una normale corrosione. È stato il cattivo odore ad attirare l’attenzione verso la canna fumaria del nuovo affittuario Nello Cozzolino e di Rodano Biagioni (mediatore del contratto d’affitto con Orefice) mercoledì sera. I due stavano sistemando dei neon quando hanno sentito un odore nauseabondo provenire dalla canna fumaria.
Tiziana Gori
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