Le scuole comunali si aprono anche per le mamme immigrate
Sui banchi per imparare meglio l’italiano ma anche come destreggiarsi nei labirinti burocratici Le loro storie parlano di integrazione e sacrifici ma anche di episodi di discriminazione
PISTOIA. Dopo aver accompagnato il bambino al nido o alle scuole dell’infanzia, anche la mamma si siede sui banchi di scuola. Questo è il nuovo progetto “In dialogo con i servizi educativi e la città”, iniziato il 16 gennaio e conclusosi ieri, promosso per la prima volta quest’anno dall’amministrazione comunale. Obiettivo, migliorare il dialogo con i genitori di origine straniera dei bambini che utilizzano i servizi educativi del Comune. Che possono imparerare la lingua italiana, ma anche a muoversi tra gli uffici pubblici per pratiche e servizi, approfondire i metodi di cura ed educazione dei figli.
Sono marocchine, albanesi, nigeriane, ucraine, le donne che l’altro giorno sedevano in una stanza dell’ “Area Gialla”, via degli Armeni, dove ogni giovedì mattina si svolgono gli incontri con le educatrici, mentre i loro bimbi giocano in un’altra stanza.
All’incontro ha partecipato anche Elena Becheri, assessore all’educazione ed alla cultura. I loro sguardi sono accessi, il loro sorriso è contagioso: sono donne, mogli, madri, le più giovanissime, desiderose di apprendere la lingua italiana e la burocrazia del nostro Paese.
Patience Edetan è nigeriana, incinta all’ultimo mese del terzo figlio. È qui da 7 anni ed ha seguito il marito che lavora nei vivai pistoiesi: lei non lavora, si occupa a tempo pieno dei suoi bambini e dell’ultimo che arriverà tra pochissimo. «Sono qui da 6 anni, mio marito da 12 – racconta Ibtissam Elmir, 30 anni, marocchina- vivere qui non è semplice, ci sono razzismo e tante discriminazioni». Vive sulla via Fiorentina, ha due figli, il marito lavora in un materassificio: il velo che porta sul capo è oggetto di discriminazione. «Quando salgo sull’autobus, l’autista mi chiede sempre se ho il biglietto, ma non lo chiede alle altre donne. Una volta ho avuto problemi con la carrozzina del bimbo, voleva che la chiudessi, ma nessun altra donna la chiude. Perché?».
Aicha Tahir, anche lei marocchina, 34 anni, ha due bambini di 2 e 5 anni, il marito è tunisino e si sono conosciuti in Italia. «Mio marito non lavora sempre, solo quando lo chiamano, io ogni tanto faccio le pulizie. Grazie Pistoia, questo Comune fa molto per noi, si interessa a noi» racconta Aicha. Il marito nel 2012 ha subito un’aggressione da parte di un gruppo di ebrei, racconta lei, e adesso la vicenda legale non si è ancora conclusa.
Nessuna di queste donne ha un’occupazione, i mariti spesso lavorano saltuariamente, ma sono curiose, desiderose di apprendere. «Io sono qui da 9 anni, mio marito è arrivato qualche anno prima, io l’ho seguito; lui fa il muratore» dice Laureta Gjergji, una bellissima donna albanese.
Perché proprio l’Italia? «C’era lavoro qui quando mio marito è arrivato e per fortuna lavora ancora». «La presenza di bimbi con genitori che hanno vissuto l’esperienza della migrazione – conclude l’assessore Becheri – ha sollecitato l’amministrazione ad attivare iniziative per facilitare l’integrazione delle famiglie, a partire dalla traduzione in varie lingue dei documenti e dei moduli scolastici».
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