Offrì anche il caffè ai genitori della ragazza che aveva ucciso
Nel settembre 1998 il primo terribile delitto di Gianluca Lotti: la fidanzata Silvia Gianni venne massacrata a colpi di bastone sul sentiero dove i due si erano appartati
PISTOIA. Il mattino dopo aver massacrato la sua ragazza, accolse in casa i genitori di lei, stravolti e preoccupatissimi perché non l’avevano vista tornare a casa e li rassicurò che si sarebbe presto fatta viva. Offrì loro persino un caffè. Solo il giorno successivo, davanti al magistrato, e dopo alcune ore di interrogatorio, ammise di aver selvaggiamente ucciso Silvia, che proprio quella terribile domenica avrebbe compiuto 21 anni.
Una freddezza agghiacciante quella che dimostrò, allora, Gianluca Lotti. Era il 20 settembre 1998. A rileggerle oggi, le pagine di quell’efferato delitto, è impossibile non provare un brivido, pensando al massacro del povero Massimo Tarabori nella casa famiglia di Massa e Cozzile.
La vittima di quella domenica di settembre di quindici anni fa si chiamava invece Silvia Gianni, proprio il 20 avrebbe compiuto 21 anni. Lavorava come centralinista in una associazione per l’assistenza agli invalidi: piccola, mora, con la zazzera fin quasi sugli occhi. Quella sera aveva deciso di festeggiare il compleanno con gli amici in pizzeria. Naturalmente c’era anche lui, il suo Gianluca, il ragazzo con il quale stava insieme da sette mesi .
Negli ultimi giorni – ricordarono poi gli amici – la coppia sembrava addirittura più unita del solito: Silvia era felice perché Gianluca aveva finalmente trovato un lavoro, da carrozziere. Insieme facevano progetti, parlavano di andare a vivere insieme. Le solite cose di tante coppie di innamorati.
La serata volò via tranquilla fin dopo le 23, quando il gruppo di amici si sciolse. Silvia, però, non fa ritorno a casa. E per i genitori è una notte di angoscia, attraversata da mille pensieri atroci. La mattina babbo e mamma si recano a casa di Gianluca, per chiedergli notizie. Lui, gelido, gli spiega di non preoccuparsi, che Silvia tornerà presto. È stato lui stesso ad accompagnarla vicino casa la sera prima. Si era fermato un po’ distante, come faceva sempre, perché sapeva che i genitori di lei non vedevano di buon occhio la loro relazione.
Poche ore dopo il cadavere di una ragazza coperto di sangue verrà trovato nello stradello vicino a via della Quiete, in un angolo appartato del quartiere delle Casermette, accanto ad un campo di granturco. Il corpo è quello di Silvia Gianni, toccherà allo zio il terribile compito dell’identificazione. Le indagini puntano immediatamente su Gianluca Lotti, che viene fermato: e dopo un paio d’ore, ammette il delitto.
Dopo aver lasciato gli amici, i due si erano diretti in quello stradello appartato. Una volta giunti lì, qualcosa era scoppiato nella testa di Gianluca, che aggredì con violenza selvaggia la ragazza, sbattendole la testa contro un albero e poi prendendola a bastonate. Poi, mentre lei era a terra agonizzante in una pozza di sangue, si allontanò per cercare un oggetto con cui finirla. Gianluca trovò una trivella metallica, di quelle per scavare i fori nel terreno: tornò e con quello strumento concluse il suo terribile lavoro.
Un omicidio agghiacciante, quello che Lotti confessò ai carabinieri e al magistrato che lo interrogava. Molti dei loro amici, sconvolti per la terribile fine di Silvia, si ricordarono però che quel ragazzo aveva grossi problemi psichici. Qualche mese prima aveva tentato di suicidarsi gettandosi dal terrazzo di casa, ma un albero aveva attutito la caduta e lui se l’era cavata con una gamba rotta. «Appena tornato a camminare – raccontò un amico – mi disse semplicemente “sai, ho ho fatto il voletto...”. Adesso ha fatto questa cosa terribile. Sono sconvolto, ma non più di tanto».
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