Il Tirreno

Pistoia

Cacciata dal lavoro alla vigilia di Natale

di Corrado Benzio
Cacciata dal lavoro alla vigilia di Natale

Parla Giulia: «Dopo 23 anni di lavoro in cui non ho conosciuto la parola mutua, vengo licenziata perché il negozio chiude»

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PISTOIA. Giulia era poco più che una ragazza quando è entrata al Conad. Era il 1990 e lei aveva 20. Oggi ne ha 43, una famiglia, e una lettera di 6 righe (forse meno, 5) in cui la catena le annuncia che dal primo dell’anno è licenziata.

Giulia (lei vorrebbe mettere anche il cognome, ma lasciamo solo il suo nome), pistoiese, ha le lacrime agli occhi quando ricorda che per «23 anni non ho mai conosciuto la parola mutua. Ho lavorato anche andando oltre il mio contratto a 20 ore. E facendo orari che non mi spettavano. Tutto questo per ritrovarmi in una strada».

Giulia lavora fino al 14 gennaio (quella è la data precisa della messa a casa) nel negozio di Agliana della catena Fortuna.

«Il negozio chiude, siamo in 5 e andiamo tutti a casa – ricorda Giulia – o meglio, l’azienda ci ha fatto un’offerta alternativa. A me mi chiedevano di andare per 2 mesi a Cerreto Guidi il sabato e la domenica. Purtroppo la distanza è notevole: il guadagno mi finiva tutto il benzina, visto poi quanto costa oggi».

Giulia ha tante cose da raccontare, anche se – lei lo sa – sono abbastanza inutili. Come il fatto che lo scorso luglio «ho fatto 75 ore di straordinario». Ma sono cose che oggi non contano.

C’è una lettera e una famiglia. Una ragazzina ed un marito di 57 anni che è stato appena licenziato – anche lui! – da un’altra catena alimentare (e sarebbe un’altra storia da raccontare: l’azienda fallisce ma riapre poco dopo con un’altra ragione sociale e al mio posto – confessa –trovo un macellaio in pensione).

In tutta questa vicenda di chiusure e licenziamenti ci dovrebbe un intermediario, un luogo di compensazione, il sindacato.

«Ho chiamato più volte – ricorda Giulia – mi è stato detto che l’azienda avrebbe cercato di ricollocarmi, ma l’ipotesi Cerreto Guidi, come ho detto, non è praticabile. Allora mi sono di nuovo fatta sentire, ma devo dire che ho trovato se non indifferrenza una difficoltà, anche da parte loro, di far fronte all’ondata di licenziamenti che c’è».

E così Giulia vede svanire gli 800 euro al mese che prendeva.

«Andrò a fare le pulizie, se troverò, credo che sia un lavoro faticoso ma dignitoso come qualsiasi altro. Di certo non mi voglio piegare al padrone e ad un direttore di negozio che si è visto a malapena una volta l’anno. Per il resto facevamo tutto noi, quattro donne ed un uomo. E mi dispiace che i colleghi non vogliano far sentire la loro voce. Mi ripetono aspettiamo il 14 gennaio, quando andremo a casa. Ma aspettiamo cosa. Le cose non sono abbastanza chiare: 23 anni senza un giorno di malattia e poi buttati in una strada come un sacco. Con la necessità di ricominciare tutto da capo. Tutto».

Se non fosse offensivo o caricaturale, l’immagine dolente di Giulia potrebbe rappresentare più di tanto altro l’immagine del Natale di chi soffre. Gli occhi neri profondi, una guancia ancora gonfia per un intervento chirurgico.

«E pretendevano che tornassi al lavoro, col rischio che chinandomi mi saltasse tutto l’intervento. E questo a parte il dolore e la stanchezza».

Ma Giulia e le sue compagne avrebbero sopportato anche il dolore di un intervento in bocca, in cambio non solo e non tanto dello stipendio, ma della dignità di essere lavoratrici.

«So che questo articolo non servirà a nulla, ma spero che almeno la gente capisca in che Paese e in che situazione stiamo vivendo in Italia. Non chiedo altro. E se vuole metta pure nome e cognome, bisogna sempre metterci la faccia».

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