Italia
I carcerati imbiancano le scuole elementari
Montale, ancora un aiuto da parte dei detenuti della Dogaia di Prato. La testimonianza di uno di loro
MONTALE. I carcerati non sono lupi cattivi. Hanno commesso errori, è vero, ma la legge ha provveduto a punirli nel modo più opportuno. Molti di loro stanno scontando la loro pena, nella speranza di tornare un giorno a passeggiare per le strade, senza essere additati come delinquenti. Proprio in questi giorni i detenuti della casa circondariale di Prato hanno dimostrato ciò che possono fare per un’intera comunità. Con pennelli e secchi di vernice, cinque di loro hanno rimbiancato, da lunedì ad oggi, tutte le aule delle scuole elementari di Montale.
L’iniziativa fa parte di un progetto promosso dal Comune di Montale e dalla casa circondariale di Prato che va avanti ormai da alcuni anni. Tra di loro ci sono persone di diversa nazionalità: albanesi, cinesi, marocchini, tunisini e, naturalmente, italiani. Sono tutti testimoni di una storia diversa, anche se la strada che li ha portati in carcere si assomiglia un po’ in ognuno. La maggior parte, infatti, ha commesso un reato perché incapace di inserirsi nel tessuto sociale in cui viveva. Ma tra loro c’è chi ha imparato la lezione e desidera tornare in mezzo alla gente. Adrian Bushi, detenuto di origine albanese, sta scontando l’ergastolo da tredici anni. Il carcere gli ha dato tante opportunità per apprendere un mestiere ed oggi si trova nella sezione di semilibertà, un’ala in cui i detenuti possono svolgere lavori di manutenzione e di pulizia senza eccessive restrizioni. Purtroppo, però, non basta. «Il lavoro in carcere è poco e dobbiamo fare a rotazione, cosicché ciascuno di noi lavora al massimo per due mesi l’anno. – racconta Bushi – A causa dei tagli, inoltre, non ci viene fornita spesso neppure la carta igienica e il personale che ci assiste non è sufficiente».
Nel carcere di Prato i detenuti sono più di 750, quando la capienza permetterebbe di accoglierne al massimo 450. Nelle celle, pensate per due persone, se ne trovano tre, se non addirittura quattro. Il più grande problema, però, resta il lavoro. «Una volta fuori – continua Bushi - è difficile rimanere in libertà per molto tempo se non ci assicurano un lavoro stabile. Molti di noi sono tornati in carcere per disperazione».
Massimo Vitulano
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