Il Tirreno

Pistoia

Gli artigiani raccontano la loro Tares

di Francesco Albonetti
Gli artigiani raccontano la loro Tares

Rifiuti tassati per capannoni occupati da macchine o due volte perché speciali. «E non c’è trasparenza su cosa paghiamo»

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PISTOIA. Gli artigiani dichiarano guerra alla Tares. Per come è concepita, ma anche perché la nuova tassa sui rifiuti per il mondo produttivo è la classica goccia che fa traboccare un vaso, secondo loro, già colmo di tassazioni vessatorie, adempimenti burocratici odiosi, inutili e bizantini. Il tutto in una fase drammatica di imprese che chiudono a raffica o costrette a licenziare. Se ne fa carico Confartigianato, chiamando a raccolta alcuni imprenditori, che ieri hanno raccontato la loro esperienza.

Pagare i rifiuti prodotti e non la superificie. Due i punti fondamentali contestati alla Tares, riassunti dal presidente provinciale dell’associazione, Simone Balli: «Noi vogliamo pagare i rifiuti che produciamo, non la superficie dei nostri capannoni. Una battaglia nazionale che avverrà a livello parlamentare, perché la Tares nasce dal governo, ma che si ripecuote a livello locale. Il secondo punto fermo è quello della trasparenza, di come si arriva a formulare la cifra da pagare e non ci vediamo per niente chiaro».

Poca trasparenza e rispunta l’Iva. Un esempio della poca trasparenza è quello dell’Iva al 10%. La Tares non dovrebbe essere soggetta ad Iva, ma nell’importo presunto della terza rata compare un 10% in più da pagare che, guarda caso, corrisponde all’Iva. «La tassazione sui rifiuti dovrebbe seguire l’esempio europeo: devono attrezzarsi per far pagare ciò che si produce, indipendentemente dal fatto che si produca in 10mila metri quadrati o in 50mila». E qui cominciano le testimonianze degli artigiani.

Negozio di fiori: tanta superficie, pochi rifiuti. È quanto lamenta Enzo Gazzarri, presidente della Confartigianato della piana titolare di un’azienda che commercia fiori a Montale, con una superficie di sola esposizione pari a 800 metri quadrati. «Oltre a dover pagare di più per la superficie, molti artigiani pagano due volte: all’azienda di smaltimento e a quella a cui deve conferire i rifiuti speciali che, per legge, non rientrano nella raccolta differenziata. Conosco bene il problema perché io stesso mi occupo di una parte della raccolta differenziata per conto del Cis. E ci sono aziende con l’80% di superificie occupata da macchinari che non producono rifiuti e pagano per la superficie dove sono montate le macchine».

Materie plastiche: paga due volte. Il caso tipico è la ditta di stampaggio e verniciatura Geos srl di Larciano, presieduta da Alessandro Neri. «Su 2500 metri quadrati di capannoni, l’80% della superficie è occupata da macchine per lo stampaggio e la verniciatura. I rifiuti prodotti in queste lavorazioni, per legge, devono essere smaltiti come speciali, quindi non posso smaltirle nella raccolta differenziata. Non ha alcuna logica, se non quella vessatoria, di dover pagare per superfici dove per legge devo conferire i rifiuti come speciali. Non si parla tanto di aumenti, ma del principio: io lavoro all’80% per l’export, ma ho costi che sono più del doppio rispetto ai concorrenti europei.Dall’anno scorso a quest’anno ho avuto oltre 130mila euro di costi in più».

La Tares è solo uno dei problemi. Lo dice Gabriele Capecchi, titolare di un’azienda di biancheria a Ponte Stella. «Il lavoro non deve essere più inteso solo come una vacca da mungere. Noi andiamo avanti per il 95% con le esportazioni, ma nella piana sono spariti 50 milioni di fatturato nel nostro settore. Crediamo sia folle parlare di ripresa come sentiamo dire. Forse nel mondo, non certo in Italia».

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