Il presidio
Tagli al credito, industriali penalizzati
Le associazioni di Pistoia e Prato: i problemi alle banche oggi vengono da edilizia e servizi, non dal manifatturiero
PISTOIA. Gli industriali di Pistoia e Prato provano ad unire le forze e ad aprire un dialogo con il mondo delle banche per trovare insieme una via d’uscita dalla spirale recessione-riduzione del credito. Siamo ormai nel quinto anno consecutivo di crisi e quindi i tempi sarebbero più che maturi.
Ne hanno parlato i vertici di Assindustria Pistoia e Unione industriali pratese presentando, ieri a Pistoia, i dati di una ricerca sul credito nelle due province. Alla guida delle due delegazioni la neopresidente pistoiese Federica Landucci e il vicepresidente pratese (con deleghe al credito e all’ufficio studi) Andrea Tempestini.
Il punto di partenza del ragionamento delle due associazioni è che gli imprenditori manifatturieri sono stanchi di pagare le conseguenze di una stretta creditizia prodotta soprattutto da problemi estranei al mondo dell’industria.
Lo dicono le cifre, messe in ordine e presentate dai responsabili degli uffici studi, Enrico Mongatti e Renzo Vettori. Parlando di sconfinamenti (quando il cliente supera il tetto di credito accordatogli), ad esempio, il livello nelle attività industriali varia per le attività industriali (-2,8 a Pistoia e +4% a Prato) meno che per la media delle attività produttive (4,1% e 4,7% rispettivamente). A pesare, in questa fase, sono invece soprattutto i settori dell’edilizia e dei servizi. Certo, i crediti in sofferenza accumulati in passato dalle imprese industriali non sono certo scomparsi, ma oggi non sarebbero quelli a determinare il “clima” di sfiducia sul mercato del credito.
Le banche, però – dicono gli industriali – non fanno particolari distinguo: la percezione del rischio si alza e i rubinetti del credito si stringono per tutti. Così su cento aziende intervistate dai due uffici studi, che hanno chiesto nuovo credito alle banche, a Pistoia 43 si sono sentite dire di no, a Prato 20 (quando la media nazionale è 15). E anche chi ce la fa a guadagnarsi un nuovo credito, lo fa a condizioni più onerose: accade a 19 aziende su 100 a Pistoia e addirittura a 53 su 100 a Prato (a fronte di una media nazionale di 23). Insomma, dice lo studio, se le aziende si ritrovano con poco credito, dipende soprattutto dalle banche che non lo concedono più o lo fanno a condizioni assai peggiori, facendo pagare anche alle aziende industriali quella percezione di alto rischio che ormai viene attribuita a territori come Pistoia e (soprattutto, a giudicare dalle cifre) Prato. Secondo gli industriali, poi, la presenza di stringenti regole standard in materia (i cosiddetti provvedimenti “Basilea 3”) non aiutano il personale di banca a discriminare a sufficienza tra aziende meritevoli e non, a causa anche – giudizio tagliente di Federica Landucci – di «un problema di competenza di chi lavora in banca che oggi si sente di più».
A provare che il freno a mano tirato ce l’hanno soprattutto i padroni del credito, il rapporto cita l’andamento dei finanziamenti accordati alle attività produttive e della parte che viene utilizzata. Ebbene, a Pistoia i finanziamenti accordati sono scesi del 10% e quelli utilizzati del 4; a Prato rispettivamente del 15 e del 9.
Se tutto questo è vero, quello che serve è l’apertura di un dialogo reale tra imprese industriali e creditizie ed è su questo che le due associazioni scommettono. Non a caso il rapporto, nei giorni scorsi, è stato illustrato in primo luogo a numerosi responsabili del mondo del credito locale, incontri che Andrea Tempestini non esita a definire «proficui».
Un esempio di possibile lavoro comune è lo snellimento dell’accesso, da parte delle aziende, al Fondo centrale di garanzia delle Pmi; in particolare il passaggio per Fidi Toscana o gli altri consorzi Fidi.
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