I carabinieri scoprono l’ennesima ditta illegale
Ferruccia, sospesa l’attività e sequestrati i macchinari di un’azienda di confezioni 14 operai cinesi (di cui 4 clandestini) lavoravano al nero in uno stanzone
QUARRATA. Lavoravano al nero, lontano da occhi indiscreti, in barba a qualsiasi norma. Al piano terra dello stanzone di via Ceccarelli c'era il cuore operativo dell'attività, con una sfilza di macchinari sfruttati al massimo dai 14 operai impegnati a confezionare maglie e pantaloni. I materassi invece erano al primo piano, in un locale trasformato in dormitorio comune.
Giovedì il blitz dei carabinieri di Quarrata ha interrotto l'opera illecita della ditta di confezioni gestita da cinesi. Tutti e 14 i lavoratori erano sprovvisti di assicurazione. Quattro sono risultati clandestini. Per loro è stata avviata la procedura d'espulsione dall'Italia. L'operazione, condotta insieme ai carabinieri del Nucleo tutela del lavoro e agli ispettori dell'Inps e dell'Inail di Pistoia, ha portato alla sospensione dell'attività e al sequestro preventivo dei macchinari. Le sanzioni emesse ammontano a 18 mila euro.
Si tratta dell'ennesima ispezione sul territorio quarratino degli uomini della Stazione locale, comandati dal luogotenente Salvatore Maricchiolo. I carabinieri di Quarrata rispondono colpo su colpo alla concorrenza sleale che danneggia la produzione nostrana. Si tratta di una realtà fatta spesso di sfruttamento della manodopera, impiego di clandestini, condizioni igienico sanitarie precarie e lavoro sommerso.
«Un vero dramma», commenta Luca Santi, titolare della "Tessitura Giselda" di Carabattole e rappresentante Cna. Per l'imprenditore aglianese servono regole e controlli. Preziose, dunque, le verifiche dei carabinieri condotte sulla Piana: gravemente colpita, secondo Santi, dalla concorrenza sleale e dalla mancanza di tutele sul "Made in Italy". «Le ditte cinesi stanno mettendo in ginocchio le nostre aziende. Chi è venuto qui negli scorsi anni sapeva di trovare un terreno fertile, soprattutto nel lavoro conto terzi. La differenza non l'hanno fatta nel merito ma nelle regole. Noi - spiega Santi - ci muoviamo nella legalità, pagando tasse, bollette e operai, le attività illegali no. L'aspetto più drammatico dell'azienda che chiude o dei comparti che spariscono, è il caso ad esempio dei fusti a Quarrata, riguarda il sociale. I soldi della concorrenza sleale cinese non restano sul territorio. Questa è gente che manda il denaro in Cina e qui i Comuni, in una situazione di crisi globale, alzano le bollette della spazzatura, i costi del pulmino e gli altri servizi perché non ce la fanno più a garantirli. E le persone che hanno lavorato per trent'anni sul territorio e hanno creato occupazione diventano numeri e bilanci, niente di più, di fronte alle banche.
Non possiamo competere con chi lavora fuori dalle regole e a costi bassissimi. Per combattere questo tipo di concorrenza servono controlli seri e puntuali. Non ci fa paura lavorare. Chi ha dato il sangue per costruire un'azienda, muore nel momento stesso in cui muore l'attività. Guardate Carabattole oggi. È piena di cartelli con la scritta "vendesi" affissi ai fondi vuoti. Vent' anni fa qui si produceva».
A pesare sulle realtà locali è anche il "Far West" che avvolge il "Made in Italy". «Manca una presa di posizione forte a livello di normativa europea che tuteli la nostra produzione e faccia chiarezza su tutte quelle aziende che in Italia etichettano e basta», commenta Santi.
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