Il Tirreno

Pistoia

«Pistoia? L’ ideale per il nostro festival»

di Michele Galardini
«Pistoia? L’ ideale per il nostro festival»

Venerdì comincia il terzo “Dialoghi sull’uomo”. Intervista a Marco Aime, protagonista fin dalla prima edizione

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PISTOIA. L'antropologo Marco Aime è stato uno dei primi a credere nel festival "Dialoghi sull'uomo", tanto che fin dalla prima edizione gli è stato affidato il compito di affiancare Giulia Cogoli, l'ideatrice del progetto, nella scelta del tema e dei nomi dei relatori da invitare. Questo compito Aime l'ha accettato con entusiasmo, divenendo così, oltre che ospite e relatore, anche consulente scientifico del programma. Nessuno meglio di lui può raccontare il percorso iniziato con la prima edizione del 2010, con la descrizione del passaggio dalla tribù ad internet e proseguito nel 2011.

Come mai quest'anno, economicamente tragico per l'Italia, si è scelto proprio l'atto del dono come "filo rosso" del festival?

Il dono è stato, fin dall'inizio, uno dei temi che avevamo in mente. Diciamo che poi la congiuntura economica, la crisi del modello capitalistico occidentale, ci ha fatto pensare che forse era interessante discutere su quelle che sono altre possibili forme di declinazione dell'economia. Credo, poi, che oggi in Italia manchi la forza delle relazioni e il dono, lo scambio, in questo senso sono cose che favoriscono questa forza che sta alla base della comunità. Decenni di rigorismo sfrenato ci hanno portato, da un lato, ad una solitudine di cui tutti soffriamo e, dall'altro, questa competizione che sfocia nello stress.

La crisi avanza eppure, dati alla mano, fin'ora i biglietti venduti per Dialoghi sull'uomo sono il 40% in più rispetto all'anno precedente. Come dobbiamo interpretare questo segnale?

È un fenomeno che si registra in molti eventi culturali. Da parte della gente c'è questa voglia di sentire interventi in cui si cerca di approfondire e capire una realtà che si fa sempre più complessa. I media, oggigiorno, non assolvono più a questo ruolo, basandosi prevalentemente sullo spettacolo, e così la crisi pone domande che le persone vogliono poter affrontare con adeguati strumenti di conoscenza, andandoli a ricercare all'interno di momenti come questo.

Che ruolo ha avuto Pistoia, come città, nella buona riuscita del festival?

Pistoia è stata fondamentale, si presta benissimo ad una manifestazione di questo genere non solo perché è una bellissima città ma anche perché ha un centro relativamente piccolo, molto agibile, che le persone possono attraversare velocemente per trasferirsi da un evento all'altro. La stessa cosa vale per i relatori, che in fondo finiscono per essere sempre presenti, e così si creano possibilità di incontro diretto fra spettatori e ospiti anche in situazioni informali, come al bar mentre si prende un caffè.

Lei ha avuto modo, durante le pause, di esplorare la città?

Io conoscevo Pistoia precedentemente perché qui abita un mio caro amico, però è stata una scoperta. L'unica sua sfortuna è di essere in Toscana, dove c'è abbondanza di cose e città da vedere; se fosse in un'altra regione d'Italia verrebbe visitata sicuramente molto di più. Un posto che mi piace tantissimo, dove vado volentieri a fare colazione o anche solo a passeggiare è piazza della Sala. Mi piace soprattutto nei giorni di mercato, perché penso che sei o sette secoli fa, in quello stesso posto e in quella stessa piazza, si vendevano già frutta e verdura. È una continuità storica che ha il suo fascino.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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