Il Tirreno

Pistoia

Chiuse aziende cinesi sconosciute al fisco e con operai al nero

di Beatrice Faragli
Chiuse aziende cinesi sconosciute al fisco e con operai al nero

Blitz dei carabinieri in due ditte tessili di Montale Per i clandestini avviata la procedura di espulsione

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MONTALE. Manodopera clandestina, abitazioni trasformate in laboratori, lavoratori al nero e attività sconosciute al fisco. Sono moltissime le irregolarità riscontrate dai carabinieri della stazione di Montale durante i controlli effettuati la scorsa settimana in due ditte tessili del capoluogo gestite da giovani imprenditori cinesi.

Il blitz, scattato dopo un periodo di monitoraggio e condotto anche grazie alla collaborazione degli ispettori Inps e Inail, del Nucleo ispettorato del lavoro di Pistoia e della Polizia municipale guidata dal comandante Cataldo lo Iacono, ha portato al fermo dell'attività e al sequestro preventivo dei macchinari. Per i clandestini è stato richiesto l'avvio della procedura d'espulsione.

La prima azienda, in mano a un giovane di 26 anni, era attiva da mesi in via Risorgimento. Quei locali, formalmente, avrebbero dovuto essere occupati da 3 persone e utilizzati come abitazione. Dentro, invece, era stato realizzato un vero e proprio laboratorio con oltre 20 macchine taglia e cuci pronte a macinare metri e metri di tessuto. Nella ditta erano inoltre impiegati due lavoratori clandestini.

Per le violazioni riscontrate, comprese quelle sull'impiantistica elettrica e sulla destinazione d'uso dei locali, è stata emessa una sanzione di 15 mila euro. Dal controllo approfondito della documentazione contabile dell'azienda è poi emerso che laboratorio e proprietario erano da sempre sconosciuti al fisco. L'evasione totale è stata segnalata alle Agenzie delle Entrate.

A gestire la seconda ditta finita nel mirino delle forze dell'ordine era invece una donna di appena 22 anni, anche lei di origine cinese. Qui le sanzioni elevate per le violazioni riscontrate ammontano a 46 mila euro. Nell'azienda del capoluogo la manovalanza operava al nero. Molti lavoratori inoltre sono risultati clandestini.

Le irregolarità però non si fermano alla mancanza di permessi di soggiorno e copertura assicurativa ma si allargano anche alla materia edilizia. All'interno dei locali l'imprenditrice orientale aveva infatti realizzato alcuni box abitativi in carton gesso. Nella struttura, destinata sia ad abitazione che a laboratorio, convivevano, uno accanto all'altro, materassi e macchinari, maglieria e angolo cottura. Anche l'attività di questa ditta, così come quella gestita dal giovane cinese in via Risorgimento, è stata sospesa.

Manodopera clandestina e lavoro al nero sono ancora una piaga pesantissima per la Piana. Solo nel novembre scorso i carabinieri erano intervenuti su altre 3 ditte cinesi attive ad Agliana. Un mese prima, ad ottobre 2011, l'ennesimo blitz dei militari coadiuvato dagli agenti della polizia municipale, dagli ispettori di Inps e Inail e dal Nucleo ispettorato del lavoro, aveva accertato l'impiego di 23 operai irregolari su 23 in un'azienda di via Rossini gestita da imprenditori cinesi.

A fine settembre era toccato invece ai carabinieri di Quarrata scoprire una vera e propria Chinatown tra il capoluogo, gli Olmi e la Caserana in cui regnavano lavoro sommerso, condizioni igieniche precarie e manodopera clandestina.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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