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Crisi cardiaca fatale ma l’autopsia non scioglie i nodi
Impossibile per ora dire se l’uomo morto martedì sera sia stato ucciso dal taglio del cavo del congegno salvavita L’Asl si difende: rispettate le procedure previste
È durata fino a sera l’autopsia sul corpo di Roberto Sibaldi, il cardiopatico di 69 anni morto martedì sera al pronto soccorso dell’ospedale del Ceppo con il cavo di alimentazione della pompa cardiaca tranciato per errore dalle forbici di un’infermiera. Un gesto per il quale ora la donna, 58 anni e una grande esperienza alle spalle, è indagata nell’inchiesta subito aperta dalla Procura della repubblica. Il perito nominato dal pm Claudio Curreli, il medico legale fiorentino Alberto Albertacci, ha novanta giorni di tempo per consegnare la relazione con le sue conclusioni. Ma dalle poche notizie trapelate ieri , sembra che l’esame autoptico abbia confermato la presenza di una gravissima crisi cardiaca, che è stata fatale a Sibaldi. Una conclusione che, detta così, non scioglie il nodo principale della vicenda: la morte dell’uomo è stata provocata dal taglio del cavo di alimentazione della minuscola pompa cardiaca (per la precisione, un Vad, sigla che sta per Ventricular Assestmente Device) o l’evento non è stato decisivo?
«È chiaro che saranno gli esami a doverci chiarire questo punto fondamentale – sottolinea Alberto Russo, il legale dell’infermiera sotto indagine – perché, pur nel massimo dispiacere per quello che è successo, la questione della responsabilità della mia assistita ruota attorno all’esistenza o meno di un collegamento causale tra il taglio del cavo e la morte del Sibaldi».
Accanto a questo punto, poi, l’avvocato Russo ne solleva un altro. «Occorrerà anche chiarire – dice – se non vi siano state condotte precedenti all’arrivo dell’uomo al pronto soccorso, capaci di produrre l’evento».
Detto in altri termini, la difesa dell’infermiera chiederà di verificare se prima dell’arrivo al Ceppo la macchina del pronto soccorso abbia agito in modo corretto nel trattare un malato nelle condizioni di Roberto Sibaldi.
Su questo punto i vertici dell’Asl hanno ribadito ieri che le procedure previste in questi casi sono state regolarmente rispettate. Comunque sull’accaduto l’Asl ha aperto una inchiesta interna e ieri ha messo al lavoro, come previsto dalla normativa regionale, una unità di crisi.
Sofferente da tempo al cuore, l’uomo – che abitava in viale Antonelli – era molto migliorato da quando, nel novembre scorso, all’ospedale San Raffaele di Milano gli era stato impiantato –primo in Toscana – un Vad. In precedenza aveva avuto numerose crisi cardiache, ma da novembre stava molto meglio. Fino a martedì sera, quando Sibaldi è stato nuovamente assalito da una crisi. Trasportato d’urgenza al pronto soccorso del Ceppo, è arrivato in condizioni gravissime. Un’infermiera, seguendo la routine di casi come questi, lo stava liberando dai vestiti aiutandosi con uno speciale paio di forbici, quando per un tragico errore ha tagliato, insieme ai pantaloni, anche il cavo elettrico che dall’esterno alimentava il Vad. Sibaldi è morto poco dopo, inutile ogni tentativo di rianimazione.
La famiglia di Sibaldi (la moglie e i due figli Alessandro e Linda) hanno subito puntato il dito contro il pronto soccorso. «Ma la famiglia –ha spiegato ieri il legale, Corrado Alterini – non è animata da spirito di vendetta. Ha però diritto di sapere cosa è successo e perché Roberto Sibaldi è morto. Non solo con riferimento a quello che è successo al pronto soccorso, ma anche a tutti gli eventi precedenti».
Oggi alle 14,30, parenti e amici saluteranno per l’ultima volta Roberto Sibaldi al cimitero della Misericordia.
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