Il Tirreno

Pistoia

«Più attenzione all’anima di Pistoia»

Breschi: «La crisi della Breda è grave, ma tutti devono capire che è dal nostro lavoro che nasce la ricchezza»

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di Marta Quilici

PISTOIA

Angosce e speranze. Timore di perdere il posto di lavoro e propettive di rilancio e, un domani, di nuova occupazione. Sono momenti duri, di grande preoccupazione, ma anche di grande impegno per i dipendenti AnsaldoBreda, di cui si può dire che Diego Breschi sia un simbolo, nonostante la giovane età (ma non in senso lavorativo). Di parziale conforto per i lavoratori c’è la grande attenzione e partecipazione della città, che cerca di far sentire in tutti i modi l’appoggio alla “sua” fabbrica.

«AnsaldoBreda – dice Breschi – non è solo il cuore dell’economia, ma anche della coscienza sindacale di Pistoia. Se non siamo noi a lottare per i diritti dei lavoratori, come pensiamo possa farlo l’operaio della piccola azienda o dell’indotto? La Pistoia che vorrei è una città con più coesione sociale, che dia fiducia e prospettive ai giovani, che offra lavoro e che lasci spazio per tutti».

Che momenti sono questi per Breda e per il lavoro a Pistoia?

«Quando sono entrato in Breda, più di dieci anni fa, c’era un sistema economico totalmente diverso da quello attuale: adesso, tra crisi globale e crisi di settore, sono all’ordine del giorno notizie di aziende che chiudono, centinaia di disoccupati, anche nella nostra città. In questi dieci anni in Breda scarichi di lavoro ce ne sono stati, ma adesso la situazione esterna è diversa sia a livello nazionale che locale. Ospedale, Comune e Breda: prima, secondo i luoghi comuni cittadini, erano questi tre i “posti fissi” per eccellenza a Pistoia. Adesso nessuno lo crede più. Il clima è di preoccupazione, sia per gli impiegati che per gli operai, e purtroppo sono preoccupazioni legittime».

È entrato a lavorare da giovanissimo: che aspettative aveva dieci anni fa e quali adesso?

«Ho iniziato a lavorare appena uscito da scuola, a 18 anni. A 16 lavoravo in estate da un elettricista per pagarmi i “vizi” dell’inverno, poi sono entrato a tempo pieno da un artigiano e a 21 anni in Breda, con un contratto a tempo determinato che poi è stato stabilizzato. Quell’anno ci fu una grande mandata di assunzioni di giovani che subentrò al grande esodo dovuto all’amianto. Mi ricordo la soddisfazione e l’orgoglio di entrare nella “fabbrica della città”: pareva così grande che mi appuntavo i numeri dei reparti per paura di perdermi. A quei tempi, nei corridoi con i miei coetanei si parlava di quello che avremmo fatto la sera; adesso parliamo della famiglia, del mutuo, dei figli. Ora i più vecchi sono andati tutti via: tra le uscite per l’amianto e le mobilità per arrivare alla pensione, i più anziani hanno poco più di 50 anni e sono pochissimi. È un’azienda giovane e questo è un altro svantaggio perché si annunciano degli esuberi. Ma noi abbiamo da lavorare ancora per un’altra trentina di anni».

Qualche giorno fa uno dei più anziani in Breda ha detto che i giovani quando incontrano una ragazza non dicono di essere operai, ma trovano eufemismi tipo “addetto alla produzione”, come se si vergognassero della loro condizione. È così?

«Per me essere un operaio è un orgoglio ed esserlo in Breda, alla cui sirena tutta la città di Pistoia rimetteva le lancette dell’orologio, lo è anche di più. Tra i più giovani questo può accadere; del resto a livello mediatico i modelli che passano sono le Veline per le ragazze e i calciatori per i ragazzi. Gli operai sono quelli che concretamente muovono il mondo, ma nessuno li nota o ne parla. Sembra quasi non esistano più».

A livello nazionale si parla di nuovo di modifiche all’articolo 18, di flessibilità: che ne pensa?

«Quando se ne parla si fa spesso riferimento ad altri Paesi in cui il sistema del lavoro è diverso, più “flessibile”; ma in questi paesi c’è anche un diverso patto sociale. Il problema, invece, è che in Italia c’è sempre maggiore precarietà. Non voglio commentare la frase di Monti sulla “noia del posto fisso”, ma vorrei riflettere sulla pericolosa tendenza di additare come privilegiati o fortunati coloro che hanno un lavoro stabile, considerandola un’anomalia alla normalità del precariato. L’obiettivo invece deve essere ribaltato: la normalità è il posto sicuro che può dare una sicurezza per costruire una famiglia, non l’incertezza a vita, e si deve lottare per garantirlo a tutti».

Parla di lotte per i diritti: Breda non è solo, per la città, un fulcro economico, ma anche di coscienza sindacale.

«Ci sono state molte persone in azienda importati per tutta la città: mi viene in mente nel sindacato Romano Pagliai, ma anche “Marcone” (Marco Vettori, ndr) il presidente del consiglio comunale, che ci hanno dato un insegnamento fondamentale: noi non lottiamo solo per i nostri diritti, ma abbiamo la responsabilità di lottare anche per quelli dei lavoratori delle piccole aziende o del nostro stesso indotto che hanno meno forza di noi per far valere le loro ragioni: se a Pistoia non scioperano o non pretendono sicurezza gli operai Breda, come possono farlo gli altri?».

Qual è la Pistoia che vorrebbe?

«Una città che impari dagli errori del passato, che manifesti una maggiore coesione sociale, che non si proclami un polmone verde e poi è solo piena di vivai, che dia spazio ai giovani e dia loro una prospettiva di lavoro».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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