In calo gli infortuni La Cgil: «Solo perché c’è meno lavoro»
Da 250 a 200 in due anni. Ballati (Fillea): «Per Quarrata sono tanti. Senza considerare i lavoratori al nero»
di Marta Quilici
QUARRATA
Duecento infortuni sul lavoro a Quarrata nel 2011. Il dato scende rispetto agli anni scorsi, ma il numero delle persone che si fa male lavorando continua ad essere piuttosto alto. La flessione nasconde inoltre un dato per niente positivo e che denuncia un malessere generale nel tessuto produttivo . La riflessione è semplice: se diminuisce il lavoro calano anche gli infortuni. Senza contare la presenza di una fascia “grigia” di non completa emersione del lavoro in cui gli infortuni, se ci sono, non vengono rilevati. Questa, in sintesi, è la lettura del dato degli infortuni 2011 data dalla Cgil.
Rispetto agli anni passati il numero è decisamente sceso: nel 2009 gli infortuni denunciati furono in tutto 250, passati a 239 nel 2010 e arrivati a 200 nel 2011. Il dato proviene dagli uffici della Polizia municipale che, tra i tanti compiti, ha anche quello di registrare gli infortuni denunciati sui luoghi di lavoro.
Si tratta di incidenti, più o meno gravi, avvenuti in città all’interno di aziende, uffici e scuole.
Marco Ballati, segretario Fillea Cgil, approfondisce la questione: «Quando si parla di incidenti sul lavoro – spiega – l’unico dato che potrebbe soddisfarci sarebbe lo zero. Qualunque altro numero, per noi, rimane preoccupante. Se poi si tratta di 200 infortuni in una città come Quarrata, il livello mi sembra da segnalare. Il fatto che sia sceso rispetto agli anni scorsi mi sembra da dover ricollegare a una diminuzione progressiva dell’occupazione: se si confronta il numero degli infortuni con l’aumento esponenziale della disoccupazione, l’incremento delle ore di cassa integrazione autorizzate e della mobilità, si nota subito come siano diminuite alla base le occasioni di infortunio: in molte aziende, anche grosse, la produzione è ferma e il ricorso alla cassa integrazione a zero ore continua ad essere massiccio, senza considerare il numero dei terzisti, degli artigiani e delle piccole ditte che, a seguito della crisi, hanno chiuso o lavorano molto meno. È poi presente una dimensione di lavoro “grigio” che deve essere considerato». Ovvero: c’è una fascia di lavoro semi-sommerso in cui, eventuali infortuni, potrebbero non emergere.
«Più problematico rispetto al settore del mobile – prosegue Ballati – è comunque il settore dell’edilizia».
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