Il Tirreno

Pistoia

Emergenza lavoro, servono soluzioni

Fabio Calamati
Il vescovo Mansueto Bianchi
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Il vescovo Mansueto Bianchi

Casa, sanità, formazione dei giovani: i segnali d'allarme del vescovo

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 PISTOIA. Vede intorno a sé un panorama a tinte fosche, il vescovo Mansueto Bianchi. Pistoia è stretta da emergenze che rischiano di soffocarla, dal lavoro che non c'è alla sanità che non dà risposte adeguate, alla casa che manca a tanti giovani. Difficile sognare una città degna di essere desiderata, in queste condizioni. Tanto più che in realtà il problema più grosso è quello della povertà di modelli e di valori con cui la comunità si presenta ai giovani. Tutta la comunità, anche quella cattolica.  Quali sono le emergenze più evidenti che Pistoia sopporta avvicinandosi a questo Natale 2011?  «Alcune si vivono qui, ma sono di carattere nazionale. La prima, quella esplosiva, è indubbiamente l'emergenza lavoro. Ci sono le aziende che hanno chiuso lo scorso anno, penso alla Radicifil, c'è AnsaldoBreda che in assoluto è quella che preoccupa di più. Poi c'è la crisi delle piccole e medie imprese, soprattutto nel settore vivaistico. Queste piccole aziende sono spesso autoreferenziali, non hanno gli strumenti per affrontare il mondo globalizzato; servirebbe aiuto dalle istituzioni, soprattutto per l'accompagnamento e la formazione».  Cosa fa la Chiesa in questo campo?  «Ci muoviamo in sintonia con le istituzioni per sollecitare risposte alla fame di lavoro. In particolare con due strumenti. Innanzitutto cerchiamo di organizzare un "laboratorio per l'occupazione" dove raccogliere istituzioni, sindacati e realtà produttive per facilitare il dialogo. Perché spesso è proprio la mancanza di quest'ultimo a far sfumare posti di lavoro possibili. E poi cerchiamo di introdurre a Pistoia il progetto Policoro. È una iniziativa della Cei che a livello nazionale dà lavoro già a 4.000 giovani e che in Toscana solo a Pistoia sta prendendo piede. In sostanza si tratta di cooperative di giovani che servono a progettare imprese e a fare formazione per il lavoro e le professioni».  Il lavoro è l'unica emergenza?  «No. C'è l'emergenza sanità, quelle liste di attesa impossibili per fare esami che non capisco come siano conciliabili con il diritto alla salute. E che hanno ricadute pesanti sulle famiglie in termini di diagnosi in ritardo e di ricorso a strutture private. E poi il fronte della casa, specie per le giovani generazioni. Infine l'emergenza famiglia: non è un soggetto individuale, ma sociale e come tale andrebbe tenuta presente. C'è un'assenza generale della politica sul tema della famiglia».  Impossibile chiedere al vescovo giudizi puntuali sulla giunta comunale o su questo o quel candidato. Ma restando al tema della "città che vorrei", qual è il ritratto del "politico che vorrei" visto da Mansueto Bianchi?  «Dico due parole: sobrietà e partecipazione. Cosa significano? Comincio dalla prima. Innanzitutto sobrietà vuol dire una politica che sia servizio civile e non rivolta a sé stessi; che non sia un mestiere, ma l'occupazione di una stagione, meglio se non lunga. Una politica che sappia riacquistare dignità soprattutto verso la gente, che invece ha della politica una disistima che danneggia tutti. Poi sobrietà significa ridurre i costi della politica: fa male ed è scandaloso un parlamento che si comporta come quello italiano di fronte alla necessità di tagli. Ma mi chiedo: il nostro parlamento regionale toscano fa di meglio? Infine sobrietà è anche il coraggio di fare scelte impopolari, senza cercare l'applauso».  E la partecipazione?  «La politica esca dal palazzo e torni tra la gente. Non solo per il comizio, ma per ascoltare e confrontarsi. Oggi ci sono mezzi telematici che consentono al cittadino di intervenire nelle scelte prima che queste vengano definite».  Il Comune ha sempre meno risorse proprie e per questo il sindaco Berti ha ripetuto diverse volte che una delle sfide dei prossimi anni sia l'apertura al privato nel campo dei servizi. Il mondo cattolico, come privato qualificato, come può accogliere questa richiesta?  «La politica deve evitare le tentazioni di onnipotenza e applicare il principio della sussidiarietà. In alcuni settori si risponde con prontezza, in altri si fa più fatica. Il privato sociale va incoraggiato, non bisogna diffidarne».  Il Tirreno in queste settimane cerca di dar voce ai giovani e alle loro richieste. Anche la Diocesi investe molto sulla pastorale giovanile. Come vede il vescovo i ragazzi pistoiesi?  «Sono alle prese con una grande scarsità di proposte educative e di impegno. Una comunità deve preoccuparsi di quali proposte fa ai giovani. La sfida della formazione è fondamentale, altrimenti il sacco si affloscia o si riempie di spazzatura. Tutte le agenzie formative sono inadeguate: lo è la famiglia, lo è la scuola, che sotto l'insegna della laicità informa e non forma; lo è la stessa comunità cristiana, perché in diocesi le parrocchie che hanno una proposta efficace per i giovani non sono più di una ventina. E cosa fanno le associazioni sportive? E lo stesso Comune? C'è una grande debolezza di modelli educativi. E su questo punto la Chiesa di Pistoia potrebbe collaborare in modo efficace».  Come?  «Per portare una proposta e confrontarsi. Non parlo di confessionalismo. Ma una comunità a chi, come i giovani, chiede senso, non può rispondere solo con strutture fisiche dove fare attività».  In questo cielo a tinte fosche ci sarà qualche luce.  «Certamente. C'è ad esempio la grande ricchezza di giovani che si impegnano nel volontariato. Ma anche questo impegno è in calo».  Proprio stasera (ieri sera, ndr) lei inizia una serie di incontri in cattedrale in preparazione del Natale.  Sono incontri che vogliono cosituire una sorta di itinerario contro la banalizzazione del Natale, affinchè questo evento non si riduca solo ad un cartoccio pieno di brigidini del nostro tempo, con rispetto per i dolci di Lamporecchio. Preghiamo, cantiamo, meditiamo insieme, per salvare la radice del Natale dall'eutanasia.  

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