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In marcia tra passato e futuro per un'Italia migliore
Marta Quilici
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I partecipanti alla marcia radunati in piazza Risorgimento Centinaia di persone a Quarrata per ascoltare De Luca, Caselli e Don Ciotti
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QUARRATA. «Gli attuali politici sono morti. In Italia si fanno le marce per celebrare delle ricorrenze. Per tradizione. Vi invito invece a ispirarvi alla realtà, a ciò che sta accadendo ora, per iniziare a marciare». In tanti, sabato sera, si sono fermati in piazza Risorgimento a Quarrata, dopo una marcia di tre ore, ad ascoltare gli ospiti della diciottesima marcia della giustizia, dedicata quest'anno al tema "L'etica liberi la politica-restiamo umani". A esortare i presenti alla "marcia" è stata la teologa domenicana che vive in Bolivia, Antonietta Potente. Tra gli ospiti previsti non è intervenuta la mamma di Vittorio Arrigoni, Egidia Beretta, a causa delle gravi condizioni di salute del marito. Ha però portato i suoi saluti con una lettera inviata agli organizzatori e letta dal palco da Don Paolo Tofani, parroco di San Piero Agliana e Santomato: «Sono presente con il cuore - ha scritto - e lo è anche Vittorio, combattente non violento per i diritti umani, convinto come tutti voi che senza giustizia non c'è pace». Hanno marciato, insieme alle centinaia di persone del corteo, lo scrittore Erri De Luca, Luigi Ciotti presidente del Gruppo Abele e di Libera, l'ex magistrato Gherardo Colombo, il procuratore capo a Torino Giancarlo Caselli e l'assessore provinciale Chiara Innocenti che ha ricordato l'appuntamento del campus di Albachiara di Montecatini dal 27 al 29 ottobre per gli studenti delle superiori. Erri de Luca ha citato la Costituzione come «carta che ha unito un popolo che ancora nel 1946 era diviso in due, con quasi metà dell'Italia ancora pronta a riconfermare quella monarchia complice del fascismo». Giancarlo Caselli ha invece parlato di una politica «prigioniera di se stessa» e di conflitto di interessi: «Cavour giocava in borsa, ma appena ebbe incarichi politici vi rinunciò. Bettino Ricasoli, produttore di Chianti, arrivò a chiedere che non si parlasse più del vino toscano durante il suo mandato. Sonnino, proprietario di miniere sull'Amiata, prima di salire al governo vendette tutto e il ricavato lo investì in titoli di stato. Tempi diversi. Ma credo - continua Caselli - che sia necessario esigere le dimissioni per condannati o rinviati a giudizio per fatti gravi, di mafia. Questa è una democrazia malata. Tra i sintomi c'è, ad esempio, una riforma della giustizia fatta da chi odia la giustizia: è come se si affidasse la guardia del pollaio alla volpe». E Don Ciotti: «Anche la sinistra ha avuto l'occasione di fare una legge sul conflitto di interessi, ma non l'ha fatta». E ancora: «Come si fa a fare una manovra che va a incidere su chi già sta pagando la crisi? 560 miliardi di euro è il giro di affari che ruota intorno alla mafia. È lì che bisogna prendere i soldi».
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